TERZA LETTERA

Del Sig. Galileo Galilei al Sig. Marco Velseri

delle macchie del Sole

Nella quale anco si tratta di Venere, della Luna, e Pianeti Medicei, e si scoprono nuove apparenze di Saturno.

ILLUSTRISS. SIG. ET PADRON COL.MO

Trovomi à douer rispondere à due gratissime lettere di V. S. Illustrissima, scritte l'vna sotto li 28. di Settembre, e l'altra li 5. d'Ottobre. Con la prima riceuei i secondi discorsi del finto Apelle, e nell'altra mi auuisa la riceuuta della mia seconda lettera in proposito delle macchie Solari; la quale io gl'inviai sino li 23. di Agosto; risponderò prima breuemente alla seconda; poi verrò alla prima, ponderando vn poco più diffusamente alcuni particolari contenuti in questa replica di Apelle; già che l'hauer considerate le sue prime lettere, e l'hauer egli vedute le mie considerazioni, mi mette in certo modo, in obbligo di soggiugnere alcune cose concernenti alla mia prima lettera, & alle sue seconde scritture. Quanto all'vltima di V. S. hò ben sentito con diletto che ella in vna repentina scorsa habbia trapassate come verisimili, & assai probabili le ragioni da me addotte per confermar le conclusioni che io prendo à dimostrare; mà il punto stà in quello, à che la persuaderà la seconda e le altre letture, non essendo impossibile, che alcuni, benche di perspicacissimo giudizio, possino talora in vna prima occhiata, riceuer per opera di mediocre perfezione, quello, che poi ricercato più accuratamente gli riesca di assai minor merito; e massime doue vna particolare affezione verso l'Autore, & vna concepita opinion buona, preoccupino l'affetto indifferente, & ignudo: onde io con animo ancor sospeso starò attendendo altro suo giudizio, il quale mi seruirà per quietarmi, sin che, come prudentissimamente dice V. S. ci sortisca, per grazia del vero sole puro, & immacolato apprendere in lui, con tutte le altre verità, quello, che hora abbagliati, e quasi alla cieca, andiamo ricercando nell'altro Sole materiale e non puro. Mà non però douiamo, per quel che io stimo, distorci totalmente dalle contemplazioni delle cose, ancorche lontanissime da noi; se già non hauessimo prima determinato, esser ottima resoluzione il posporre ogni atto specolatiuo à tutte le altre nostre occupazioni, perche ò noi vogliamo specolando tentar di penetrar l'essenza vera, ed intrinseca delle sustanze naturali, ò noi vogliamo contentarci di venir' in notizia d'alcune loro affezioni. Il tentar l'essenza, l'hò per impresa non meno impossibile, e per fatica non men vana, nelle prossime sustanze elementari, che nelle remotissime e celesti. E à me pare essere egualmente ignaro della sustanza della terra, che della Luna; delle nubi elementari, che delle macchie del Sole; ne veggo che nell'intender queste sostanze vicine hauiamo altro vantaggio, che la copia de' particolari, mà tutti egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando, trapassando con pochissimo, ò niuno acquisto dall'vno all'altro. E se domandando io qual sia la sustanza delle nugole mi sarà detto che è vn vapore vmido, io di nuouo desiderarò sapere, che cosa sia il vapore, mi sarà per auuentura insegnato esser acqua per virtù del caldo attenuata, & in quello resoluta, mà io egualmente dubbioso di ciò che sia l'acqua, ricercandolo, intenderò finalmente esser quel corpo fluido, che scorre per i fiumi, e che noi continuamente maneggiamo, e trattiamo; ma tal notizia dell'acqua è solamente più vicina, e dependente da più sensi, mà non più intrinseca di quella, che io haueuo per auanti delle nugole, e nell'istesso modo, non più intendo della vera essenza della terra, ò del fuoco, che della Luna, ò del Sole; e questa è quella cognizione, che ci vien riseruata da intendersi nello stato di beatitudine, e non prima. Mà se vorremo fermarci nell'apprensione di alcune affezioni, non mi par, che sia da desperar di poter conseguirle anco ne i corpi lontanissimi da noi, non meno che ne i prossimi, anzi tal'vna per auentura più esattamente in quelli, che in questi; e chi non intende meglio i periodi de i mouimenti de i Pianeti, che quelli dell'acque di diuersi mari? chi non sà che molto prima, e più speditamente fù compresa la figura sferica nel corpo lunare, che nel terrestre? e non è egli ancora controuerso se l'istessa Terra resti immobile, ò pur vadia vagando, mentre che noi siamo certissimi de i mouimenti di non poche stelle? Voglio per tanto inferire, che se bene indarno si tenterebbe l'inuestigazione della sustanza delle macchie solari, non resta però che alcune loro affezioni, come il luogo, il moto, la figura, la grandezza, l'opacità, la mutabilità, la produzione, & il dissoluimento, non possino da noi esser apprese, & esserci poi mezi à poter meglio filosofare intorno ad altre più controuerse condizioni delle sustanze naturali; le quali poi finalmente solleuandoci all'vltimo scopo delle nostre fatiche, cioè all'amore del diuino Artefice, ci conseruino la speranza di poter apprender in lui, fonte di luce, e di verità, ogn'altro vero.

Conoscer l'intrinseco e vero esser delle naturali sustanze è à noi impossibile.

Si posson conoscer alcune affezioni, e non meno nelli lontani che nelli prossimi corpi.

Il debito del ringraziare resta in me con molti altri obblighi che tengo à V. S. Illustrissima, perche se hauerò investigato qualche proposizion vera, sarà stato frutto de i comandamenti suoi; e i medesimi diranno mia scusa, quando non mi succeda il conseguir l'intero d'impresa nuoua, e tanto difficile.
Circa à quello che ella m'accenna del pensiero dell'Eccellentissimo Sig. Federico Cesi Principe, è ben vero che io mandai a S. E. copia delle due lettere solari, mà non con intenzione che fossero pubblicate con le stampe, che in tal caso vi harei applicato studio, e diligenza maggiore; perche, se ben l'assenso, e l'applauso di V. S. sola è da me desiderato, e stimato egualmente come di tutto 'l mondo insieme, tuttauia tal'indulto mi prometto dalla benignità sua, e dalla cortese propensione del suo genio verso me, e le cose mie, quale prometter non mi deuo dalle scrupolose inquisizioni, e seuere censure di molti altri. Et alcune cose mi restano ancora non ben digeste, ne determinate à modo mio; delle quali vna principale è l'incidenza delle macchie sopra luoghi particolari della solar' superficie, e non altroue; perche rappresentandocisi i progressi di tutte le macchie sotto specie di linee rette, argumento necessario l'asse di tali conuersioni esser' eretto al piano, che passa per i centri del Sole e della terra, il quale è il solo cerchio dell'eclittica, resta, per mio parere degno di gran considerazione, onde auuenga che le caschino solamente dentro ad vna zona che per larghezza non si allontana più di 29. o 30. gradi di qua, e di là dal cerchio massimo di tal conuersione, siche appena delle mille vna trasgredisca, e ben di poco, tali confini; imitando in ciò le leggi de i pianeti, alli quali vengono da simili interualli limitate le digressioni dal cerchio massimo della conuersion diurna; questo, e qualche altro rispetto mi fanno ritardar il pubblicar in più diffuso trattato questa materia. Con tutto ciò il Sig. Principe pol disporre, & è padrone assoluto delle cose mie, l'esser poi io sicuro del purgatissimo suo giudizio, e del zelo, che egli hà della reputazion mia mi assicura col lasciarle egli vedere, di hauerle stimate degne della luce.

Zona per la quale si muouono le macchie degna di gran considerazione.

Quanto ad Apelle, à me ancora dispiace che e non habbia veduta la mia seconda lettera, auanti la pubblicazione della sua più accurata disquisizione, e che la mia ambiguità, e pigrizia nello scriuere, non habbia potuto tener dietro alla sua resoluzione, e prontezza; ben'è vero, che buona causa della dilazione n'è stato l'esser trattenute le mie lettere più d'vn mese in Venezia dalla troppa stima, che di esse fece l'Illustriss. Sig. Gio. Francesco Sagredo, volendo che ne restasse copia in quella Città, doue à me pareua d'essere à bastanza honorato da vna semplice sua lettura; il che per la moltitudine delle figure ricercò assai tempo. Dispiacemi ancora della difficoltà, che apporta ad Apelle l'hauer io scritto nella nostra fauella Fiorentina, il che hò fatto per diuersi rispetti, vno de i quali è il non volere in certo modo abusare la ricchezza, e perfezion di tal lingua basteuole à trattare, e spiegar e concetti di tutte le facoltadi; e però dalle nostre Accademie, e da tutta la Città vien gradito lo scriuere più in questo, che in altro Idioma. Ma in oltre ci hò hauuto vn'altro mio particolar' interesse, ed è il non priuarmi delle risposte di V. S. in tal' lingua, vedute da me, e da gl'amici miei con molto maggior diletto, e merauiglia che se fossero scritte del più purgato stile Latino; e parci, nel leggere lettere di locuzione tanto propria, che Firenze estenda i suoi confini, anzi il recinto delle sue mura, sino in Augusta.

Cagioni del' scriver in Toscano

Quello che V. S. mi scrive essergli interuenuto nel leggere il mio trattato delle cose che stanno su l'acqua, cioè, che quelli, che da principio gli paruero paradossi, in vltimo gli riuscirono conclusioni vere, e manifestamente dimostrate; sappia che è accaduto quà à molti, reputati per altri lor giudizij, persone di gusto perfetto, e saldo discorso: restano solamente in contradizzione alcuni seueri defensori di ogni minuzia Peripatetica, li quali per quel che io posso comprendere, educati, e nutriti sin dalla prima infanzia de i lor studij in questa opinione, che il filosofare non sia, ne possa esser altro, che vn far gran pratica sopra i testi di Aristotele, siche prontamente & in gran numero si possino da diuersi luoghi raccorre, & accozzare per le proue di qualunque proposto Problema, non vogliono mai solleuar gl'occhi da quelle carte, quasi che questo gran libro del Mondo non fosse scritto dalla natura per esser letto da altri che da Aristotele, e che gl'occhi suoi hauessero à vedere per tutta la sua posterità. Questi, che si sottopongono à così strette leggi, mi fanno souuenire di certi oblighi, à i quali tal volta per ischerzo si astringono capricciosi pittori, di voler rappresentare vn volto humano: ò altra figura, con l'accozzamento ora de soli strumenti d'agricoltura, hora de' frutti solamente, ò de i fiori di questa, ò di quella stagione, le quali bizzarrie, sinche vengono proposte per ischerzo, son belle, e piaceuoli, e mostrano maggior perspicacità in questo artefice che in quello, secondo che egli hauerà saputo più acconciamente elegger, & applicar questa cosa, ò quella, alla parte imitata; mà se alcuno, per hauer forse consumati tutti i suoi studij in simil foggia di dipignere, volesse poi vniuersalmente concludere, ogni altra maniera d'imitare esser imperfetta, e biasimevole, certo che 'l Cigoli e gl'altri Pittori Illustri si riderebbono di lui. Di questi che mi son contrarij di opinione, alcuni hanno scritto, & altri stanno scriuendo; in publico non si è veduto sin'hora altro che due scritture, vna di Accademico incognito, e l'altra di vn Lettor di lingua Greca nello studio di Pisa, & amendue le inuio con la presente à V. S. gl'amici miei son di parere, & io da loro non discordo, che non comparendo opposizioni più salde non sia bisogno di responder altro, e stimano che per quietar questi che restano ancora inquieti ogn'altra fatica sarebbe vana non men che superflua per i già persuasi, & io deuo stimar le mie conclusioni vere, e le ragioni valide, poiche senza perder l'assenso di alcuno di quei, che sin da principio sentiuano meco, hò guadagnato quel di molti che erano di contrario parere, però staremo attendendo il resto, e poi si risoluerà quello che parerà più à proposito. Conclusioni vere del Discorso dell'Autore delle cose che stanno su l'acqua; e chi le contradica.
Vengo hora all'altra lettera di V. S. Illustrissima, condolendomi sopra modo che la pertinacia della sua infermità conturbi, con l'afflizione di V. S. la quiete di tanti suoi Amici, e seruidori, e di me sopra tutti gli altri, trauagliato altresì da più mie indisposizioni familiari, le quali, con l'impedirmi quasi continuamente tutti gli esercizij, mi tengono ricordato, quanto rispetto alla velocità de gl'anni, sarebbe necessario lo stare in esercizio continuo, à chi volesse lasciar qualche vestigio di esser passato per questo mondo; hor qualunque si sia il corso della nostra vita, douiamo riceuerlo per sommo dono della mano di Dio, nella quale era riposto il non ci far nulla; anzi non pur doviamo riceuerlo in grado, mà infinitamente ringraziar la sua bontà, la quale con tali mezzi ci stacca dal souerchio amore delle cose terrene, e ci solleua à quello delle celesti, e diuine.

Esercizio continuo necessario.

Le scuse dell'esser breue nello scriuere sono superflue appresso di me, che sempre sono per appagarmi nell'intender solamente che ella me continoi la sua buona grazia: dourei ben io scusar la mia prolissità, ò per meglio dire, pregar lei à scusarla; e lo farei quando io dubitassi delle scuse, che io mi prometto dalla sua cortesia.
Riceuei con la lettera di V. S. la seconda scrittura del finto Apelle, e mi messi à leggerla con gran curiosità, mosso si dal nome dell'Autore, come dalla qualità del titolo, il quale promette vna più accurata disquisizione non solo intorno alle macchie solari, ma ancora intorno à i Pianeti Medicei; e perche il termine relatiuo di Disquisizione più accurata, non può non riferirsi all'altre disquisizioni fatte intorno alla medesima materia, non si può dubitare che ei non habbia riguardo ancora al mio Auuiso Sidereo, che pure è in rerum natura, e non viene eccettuato da Apelle; onde io entrai in speranza d'esser per trouar resoluto tutto quest'argomento, del quale non potei toccarne, in detto mio Auuiso, altro che i primi abbozzamenti: Oltre alle cose promesse nel titolo, vi ho trouato l'osseruazion di Venere più diffusamente esplicata, che nelle prime lettere; e di più alcuni particolari intorno alla Luna, nelle quali tutte materie scorgo molte opinioni di Apelle contrarie alle mie, e varie ragioni, e risposte implicite alle cose prodotte da me nella prima lettera, che scrissi à V. S.; le quali per la stima che io fò dell'autore. non conuiene, che io trapassi, ò dissimuli, perche non hauendo dinanzi tauola che m'asconda, e possa impedirmi la vista di chi passa innanzi, e indietro, conuien, che per termine io gli saluti almeno. E perche tutto il progresso di queste differenze si è sin quì trattato innanzi a V. S. Illustriss. di nuouo costituendomiui produrrò più brevemente che potrò, quanto mi occorre in questo proposito. E seguendo l'ordine tenuto da Apelle, considererò l'vltimo scopo della sua prima parte, che è di dimostrare come la circolazion di Venere è intorno al Sole, e non in altra guisa; e fonda tutta la sua dimostrazione, come anco fece nella prima scrittura, sopra la congiunzione mattutina di essa stella col Sole, occorsa circa li 11. di Decembre 1611. aggiugnendoci ad esso vna inuestigazione della quantità del suo moto sotto 'l disco solare, raccolta con calcoli, e dimostrazioni geometriche. E quì mi nascono due scrupoli: l'vno intorno alla maniera del maneggiare tali demostrazioni, non interamente da sodisfare à perfetto Mathematico; e l'altro circa l'vtilità che apporta tal'apparato, e progresso all'intenzion primaria dell'Autore.

Della Disquisizione d'Apelle.

Osservazion d'Apelle circa Venere.

Circolazion di Venere ricercata intorno al Sole.

Quanto alla maniera del dimostrare, trapasso, che qualche astronomo più scrupoloso di me potrebbe risentirsi nel veder trattar archi di cerchi come se fossero linee rette, sottoponendogli à gli stessi sintomi, ma io non ne voglio tener conto, perche nel caso nostro particolare non cascano in vso archi così grandi, che l'error nel computo riesca poi di souerchio notabile: ma piu presto haurei desiderato Apelle alquanto più resoluto Geometra nel Lemma, che ei propone, & anco nel resto della sua dimostrazione; e non sò scorgere per qual ragione e faccia vn Lemma in forma di proposizione, e con tanta lunghezza esplicato, quello che è vna semplice proposizione vniuersale, e demostrabile in poche parole.
Perche in ogni triangolo accade, che prolungandosi i suoi lati, e producendosi per il segamento di due di loro vna parallela al lato opposto, i tre angoli fatti ò da vna banda di essa parallela, ò di vno de i lati prolungati, sono à vno à vno eguali à gli interiori del triangolo, io non aggiugnerò, come fà Apelle, che detti angoli non solo presi à vno à vno, mà che anco tutti tre insieme sono eguali à tutti à tre insieme, perche direi cosa troppo manifesta e superflua, però che siano prolungati li due lati AC, BC del triangolo ABC, in G, & I, e per il segamento C sia tirata la MN, parallela alla AB, è manifesto, li tre angoli fatti da vna banda del lato prolungato ACG, esser nel modo detto eguali alli tre interni del triangolo, cioè l'angolo MCA, all'angolo A, perche sono alterni, l'esteriore MCI all'interiore B, & il rimanente ICG al rimanente ACB, perche sono alla cima. E se in luogo dell'angolo ACM piglieremo NCG, sarà manifesta l'altra parte della conclusione, essendo li tre angoli MCI, ICG, GCN dalla medesima banda della parallela MCN. Accade poi che nel triangolo particolare rettangolo tali linee parallele sono anco perpendicolari à i lati del triangolo; E tanto bastaua per l'vso, à che Apelle si serue di tal Lemma. Anzi dirò pure, con sua pace, che anco tutto il Lemma è stato superfluo, atteso che quello, à che egli l'applica poi nel suo principal Problema, depende immediatamente da vna sola proposizione del primo d'Euclide; perchè, ripigliando la sua figura, e la sua dimostrazione; questa, & il Lemma non tendono ad altro, che à dimostrar l'angolo OME, esser eguale all'angolo MIP, il che è per sè noto, essendo angoli esterno, ad interno della retta OMI, segante le due parallele EB, GI. E siami pur anco lecito di dire, che non solo col rimuouere il detto Lemma si doueua abbreuiare tutto 'l presente metodo, mà col restringer assai il resto della dimostrazione; della quale l'vltima conclusione è il ritrouar la quantità della linea RQ, supponendo per note le GH, HE, KH & IG. Hora, per le cognite KH, IG si fanno note le IL, LG; e perche come IL ad LG, così IK à KF, e GH ad HF, e son note IL, LG, GH, sarà dunque nota ancora la HF, ma è data la HE: adunque la rimanente EF si fà parimente manifesta. E perche come FE, ad EM, così KL ad LI, per la similitudine de' triangoli FEM, KLI, e son note le tre KL, LI, FE, sarà nota altresì la EM. In oltre, perche nel triangolo rettangolo KLI i lati KL, LI son noti, sarà noto ancora KI. Ed essendo come IK à KL, così ME ad EO (essendo i due triangoli KLI, MEO simili al medesimo FEM, e però simili trà di loro), e sono le tre linee IK, KL, ME note, sarà parimente nota la EO: ma è nota la ER, composta de i semidiametri del Sole, e di Venere: adunque la rimanente RO nel triangolo rettangolo ERO, & la sua doppia RQ, sarà manifesta: che è quello che si cercaua.
Ma ammessa anco per esquisita tutta la dimostrazione di Apelle, io non però posso ancora penetrar' interamente quello che egli habbia in virtù di essa, preteso di ottenere da chi volesse persistere in negare la conuersione di Venere intorno al Sole; perche ò gl'auuersarij ammetteranno per giusti i calcoli del Magini, ò gl'haueranno per dubbij, e fallaci; se gli hanno per dubbij, la fatica d'Apelle resta come inefficace, non dimostrando ella che Venere veramente venisse alla corporal congiunzione; ma se gli concedono per veri, non era necessario altro computo, bastando la sola differenza de i mouimenti del Sole e della stella, insieme con la sua latitudine, presa dall'istesse Efemeridi, à intender come tal congiunzione doueua necessariamente durar tante ore, che molte e molte volte si poteua replicar l'osseruazione; ne meno era necessario il far triplicato esame sopra 'l principio, mezo, e fine del congresso, essendo notissimo: che i calcoli sono aggiustati al mezo della congiunzione; li quali quando ammettessero errore, non però verrebbono necessariamente emendati dal referirgli al principio, ò al fine del congresso, non constando ragion alcuna per la quale s'intenda non esser possibile in vn calcolo d'vna congiunzione errar di maggior tempo di quello della durazione del congresso. Ma io non credo che i contradittori ricorressero al negar la giustezza de i computi Astronomici, e massime hauendo refugij più sicuri, quali sono quelli, che io proposi nella prima lettera. E si come à i molto periti nella scienza Astronomica, bastava l'hauer inteso quanto scrive il Copernico nelle sue reuoluzioni, per accertarsi del reuolgimento di Venere intorno al Sole, e della verità del resto del suo Sistema, così per quelli, che intendono solamente sotto la mediocrità, faceua di bisogno rimuouere le da me sopradette ritirate, delle quali io non veggo, che Apelle habbia toccate se non due, e quelle anco mi par che non restino totalmente atterrate. Io dissi nella prima lettera, che gli auuersarij potrebbono ritirarsi à dire, che Venere ò non si vegga sotto 'l Sole per la sua piccolezza, ouero perche sia lucida per se stessa, ouero perche ella sia sempre superiore al Sole.
Quello che Apelle produce per leuar la prima fuga à i contradittori, non basta perche loro primieramente negheranno che l'ombra di Venere sotto 'l Sole deua apparir così grande, come la luce della medesima fuori del Sole, mà vicina à quello; perche l'irradiazione ascitizia rappresenta la stella assai maggiore del vero; il che è manifesto nella istessa Venere, la quale quando è sottilmente falcata, & in conseguenza per pochi gradi separata dal Sole, si mostra in ogni modo, alla vista naturale rotonda come l'altre stelle, ascondendo la sua figura trà l'irradiazione del suo splendore; per lo che non si può dubitare, che ella ci si mostri assai maggiore, che se fosse priua di lume; & all'incontro, costituita sotto 'l lucidissimo disco del Sole, non è dubbio, che il suo corpicello tenebroso verrebbe diminuito non poco (dico quanto all'apparenza) dall'ingombramento del fulgor del Sole; e però resta molto fallace il concluder, che ella fussi per apparir eguale alle macchie di mediocre grandezza; e chi sà che tali macchie, per douerci apparire nel campo splendido del Sole, non sieno molto maggiori di quello, che mostrano? anzi che pur di ciò può esser'ottimo testimonio à se stesso il medesimo Apelle, riducendosi in mente quello, che scrisse nella terza delle prime lettere al secondo corollario; cioè: Maculas satis magnas esse; alias sol magnitudine sua illas irradiando penitus absorberet: e l'istesso conuiene affermar del corpo di Venere. Doppiamente, adunque, si può errare nell'agguagliar la grandezza di Venere luminosa, à quella delle macchie oscure, poiche quanto questa vien apparentemente diminuita dal vero, mediante lo splendor del Sole, tanto quella vien ingrandita.

Nella edizione Augustana, fac. 14, ver. 3;

Nella editione Romana sec., fac. 25, ver. 14.

fac. B 3, ver. 3;

fac. 10, ver. vlt.

Ne con maggior efficacia conclude quel che Apelle soggiugne in questo medesimo luogo, per mantenere pur Venere incomparabilmente maggiore di quello, che è, e che io accennai nella prima lettera: E contro à quello, che ci mostra il senso, e l'esperienza, in vano si produce l'autorità d'huomini per altro grandissimi, li quali veramente s'ingannarono nell'assegnar' il diametro visuale di Venere subdecuplo à quel del Sole; ma sono in parte degni di scusa, & in parte nò. Gli scusa in parte il mancamento del Telescopio, venuto ad apportar agumento non piccolo alle scienze Astronomiche; mà due particolari lasciano da desiderar qualche cosa nella diligenza loro. Vno è che bisognaua osservar la grandezza di Venere veduta di giorno, e non di notte, quando la capellatura de' suoi raggi la rappresenta dieci, ò più volte maggiore, che'l giorno mentre ella ne è priva, & harebbono facilmente compreso, che 'l diametro del suo piccolissimo globo non agguaglia tal volta la centesima parte del diametro solare; Era, secondariamente, necessario distinguere vna costituzione da vn'altra, e non indifferentemente pronunziare il diametro visuale di Venere esser la decima parte di quel del Sole, essendo che tal diametro quando la stella è vicinissima alla terra, è più di sei volte maggiore, che quando è lontanissima, la qual differenza se bene non è precisamente osseruabile se non col Telescopio, è nondimeno assai percettibile anco con la vista semplice. Cessa dunque, in questo particolare l'autorità de gli Astronomi citati da Apelle, sopra la quale egli si appoggia. E quando bene si ammettesse tal'vna macchia esser visibile nel disco solare, che non agguaglia in longhezza la centesima parte del diametro, ne in superficie vna delle dieci mila parti del cerchio visibile del Sole, non creda perciò di hauer concluso maggiormente l'apparizion di Venere; perche io gli replico, che il suo diametro nella congiunzione mattutina, non pareggia la dugentesima, ne la sua superficie la quarantamilesima parte, del diametro e del visibil disco del Sole.

Venere molto più piccola di quello che è stata tenuta.

Quanto alla seconda fuga de gli auuersarij, cioè che non sia necessario che Venere oscuri parte del Sole, potendo ella esser corpo per se stesso lucido, non resta, per mio parere conuinta per quello, che produce Apelle; perche, quanto alla semplice autorità de gli antichi, e moderni Filosofi, e Matematici, dico che non hà vigore alcuno in stabilire scienza di veruna conclusione naturale; & il più che possa operare è l'indurre opinione e inclinazion' al creder più questa, che quella cosa; oltre che, io non sò quanto sia vero, che Platone s'inducesse à por Venere sopra 'l Sole rispetto al non vederla nelle congiunzioni sotto 'l suo disco in vista tenebrosa; sò ben che Tolommeo parla in questo proposito molto diuersamente da quello, che vien'allegato da Apelle; e troppo graue errore sarebbe stato nel Principe de gl'Astronomi il negar le congiunzioni dirette di Venere, e del Sole. Quello, che dice Tolommeo nel principio del libro nono della sua gran costruzione, mentre e ricerca qual si deua più probabilmente costituir l'ordine de i Pianeti, impugnando la ragion di quelli che metteuano Venere, e Mercurio superiori al Sole, perche non l'haueuano mai veduto oscurar da loro, mostra l'infirmità di questo argumento, dicendo non esser necessario che ogni stella inferiore al Sole gli faccia eclisse, potendo esser sotto 'l Sole, mà non in alcun de cerchi che passano per il centro di quello, e per l'occhio nostro, mà non per questo afferma, ciò accadere à Venere; anzi soggiugnendo egli l'essempio della Luna, la quale nella maggior parte delle congiunzioni non adombra 'l Sole, mostra chiaramente che e non hà voluto intender altro di Venere, se non che ella può esser sotto 'l Sole, ne però oscurarlo in tutte le congiunzioni, onde possa benissimo esser accaduto, le congiunzioni osseruate da quei tali non essere state dell'eclittiche. Molto sicuramente parla il molto Reuerendo P. Clauio, affermando tale ombra restar inuisibile à noi per la sua piccolezza; e se bene da i detti di questi Autori par che gl'inclinassero a stimar Venere non splendida per sè stessa, mà tenebrosa, tuttauia tale opinione pura non basta à conuincer gl'auuersarij, à' quali non mancherà il poter produrre opinioni di altri in contrario. L'altro argomento che Apelle produce tolto dall'ottenebrazione della Luna, nel passar sotto 'l Sole, non può hauer vigore s'e' non dimostra, prima che 'l mancamento nel Sole si faccia cospicuo sin quando la Luna occupa del suo disco meno di vna delle quarantamila parti; altramente la proporzion dalla Luna à Venere non procede; hor quanto ciò sia difficile ad esequirsi, è manifesto ad ogn'vno. Che Mercurio sia stato da diuersi veduto sotto 'l Sole, è non solamente dubbio, mà inclina assai all'incredibile, come nell'altra accennai à V. S. e quanto al Keplero citato in questo luogo, io non dubito punto, che, come d'ingegno perspicacissimo, e libero, e amico assai più del vero che delle proprie opinioni, ei sia per restar persuasissimo tali negrezze vedute nel Sole essere state alcune delle macchie, e le congiunzioni di Mercurio hauer solamente porto occasione d'applicarui in quelle ore più fissa, & accurata considerazione, con la qual diligenza anco in altri tempi si sarieno vedute, sicome frequentemente si sono per vedere per l'innanzi, e già le hò fatte vedere a molti. Resti per tanto indubitabilmente dimostrata l'oscurità di Venere dalla sola esperienza, che io scrissi nella prima lettera, e che hora pone qui Apelle nel terzo luogo, cioè dal vedersi variar in lei le figure al modo della Luna: e siaci, oltre à ciò per solo, fermo, e così forte argomento da stabilir la reuoluzione di Venere circa 'l Sole che non lasci luogo alcuno di dubitare, e però si deue reputare degno d'esser da Apelle delineato, come figura principalissima, nella più conspicua, e nobil parte della sua tauola, e non in vn'angolo in guisa di pilastro per appoggio, e sostegno di qualche figura, che senz'esso sembrasse à riguardanti di minacciar rouina. Mà passo ad alcune considerazioni intorno à quello che Apelle in parte replica, & in parte aggiugne al già scritto in proposito delle macchie solari, doue in generale mi par, che nelle loro determinazioni e vadia più presto manco resoluto, che auanti non haueua fatto, se ben insieme insieme si mostra desideroso di presentarle più tosto modificate, che diuersificate; anzi che nel fine afferma, tutte le cose dette nelle prime lettere restar constanti: con tutto ciò vengo in qualche speranza d'hauerlo à vedere nella terza scrittura d'opinioni intrinsecamente assai conformi alle mie; non dico già in virtù di queste lettere, le quali per la difficoltà della lingua non possono da lui esser vedute, mà perche col pensare verranno ancora à lui in mente quelle osseruazioni, quelle ragioni, e quelle soluzioni medesime, che hanno persuaso me à scriuere ciò che hò scritto nella prima, e nella seconda lettera, e che aggiungo nella presente; e già si vede quanti particolari, e mette in questa seconda scrittura, non osseruati ancora nella prima. Stimò auanti le macchie solari essere tutte di figura sferica, dicendo che se le si potessero veder separate dal Sole ci apparirebbono tante piccole Lune, altre falcate, altre in forma di mezzo cerchio, altre di più che mezzo, e forse altre interamente piene: hora con maggior verità scriue, rarissime essere sferiche, e spessissime di figure irregolari. Ha parimente osseruato, come rarissime ò nessuna mantengono la medesima figura per tutto 'l tempo che restano conspicue, ma strauagantemente si vanno mutando, & ora crescendo, hora scemando; e, quello che è più, hà veduto, come improuisamente altre nascono, altre si dissoluono anco nel mezo del Sole, e come alcune si diuidono in due o più, & all'incontro, molte si vniscono in vna; i quali particolari furon da me toccati nella prima lettera. Stimò già, che le fossero stelle erranti, e situate in diuerse lontananze dal Sole, siche alcune fussero meno, & altre più remote, in guisa che moltissime andassero vagando tra 'l Sole, e Mercurio, e ancora trà Mercurio, e Venere, in debite distanze, facendosi visibili solamente quando s'incontrano col Sole; mà hora non sento raffermar vna tanta lontananza, e parmi che e si contenti di mostrar che le non sono dentro al corpo solare, ne contigue alla sua superficie, ma fuori in lontananza solamente di qualche considerazione, come si può ritrarre dalle ragioni che egli vsa in dimostrar la sua opinione. Io facilmente conuerrei con Apelle in creder che le non sieno nel Sole, cioè immerse dentro alla sua sustanza, mà non affermerei già questo in vigor delle ragioni addotte da esso, nella prima delle quali e piglia vn supposto che senz'altro gli sarà negato da chi volesse difender il contrario, perche non è alcuno così semplice, che volendo sostener le macchie esser immerse dentro alla solar sostanza, e appresso ammetter la loro continua mutabilità di figura di mole di separazione, & accozzamento, conceda insieme il Sole esser duro, & immutabile; ma resolutamente negherà tale assunto e la proua che di esso apporta Apelle, fondata sù l'opinione, per suo detto, commune di tutti i Filosofi, e Mathematici, ne piccola ragione hauerà di negarla, si perche l'autorità dell'opinione di mille, nelle scienze non val per vna scintilla di ragione di vn solo, si perche le presenti osseruazioni spogliano d'autorità i decreti de' passati Scrittori, i quali se vedute l'hauessero, haurebbono diuersamente determinato. In oltre, quei medesimi autori che hanno stimato il Sole non esser cedente ne mutabile, hanno molto men creduto ch'e' fosse sparso di macchie tenebrose, e però doue fosse forza che l'opinione del non esser macchiato cedesse all'esperienza, indarno si ricorrerebbe per difesa all'opinione della durezza, e dell'immutabilità, perche doue cede quella che pareua piu salda, molto meno resisteranno le men gagliarde: anzi gli auuersarij, acquistando forza, negheranno il Sole esser duro ò immutabile, poiche non la semplice opinione, ma l'esperienza, glie lo mostra macchiato. E quanto à i Matematici, non si sà che alcuno habbia mai trattato della durezza, & immutabilità del corpo solare, ne che l'istessa scienza matematica sia bastante à formar dimostrazioni di simili accidenti. La seconda ragione, fondata su'l vedersi alcune macchie più oscure verso la circonferenza del Sole, che poi quando sono verso le parti medie, doue par che si vadino rischiarando, non par che stringa l'auuersario à douerle por fuori del Sole; si perche l'isperienza del fatto per lo più, se non sempre, accade in contrario, si perche la rarefazione, e condensazione, accidenti non negati alle macchie, son bastanti per render ragione di tal' effetto, e forse non men di quello che Apelle n'apporta, dicendo che l'irradiazione più diretta e più forte, fatta, quando la macchia è intorno al mezo del disco che quando è vicina alla circonferenza, produce tal diminuzion di negrezza, perche ripigliando la sua figura, e rileggendo la sua dimostrazione; dico non esser vero, che i raggi derivanti dalla superficie AG, sieno debilissimi per l'inclinazione sferica del Sole in quella parte; anzi diffondendosi da ogni punto della superficie del Sole non vn raggio solo, mà vna sfera immensa di lume, non è punto alcuno delle superficie superiori, & auerse all'occhio di amendue le macchie D, & IK, al quale non peruenghino egualmente raggi, onde esse macchie restino egualmente illustrate; ne parimente è vero che i raggi della superficie decliue AG, peruenghino più debili all'occhio che quelli di mezo come l'esperienza ci dimostra. E però, per mio parere, meglio per auuentura sarebbe il dire (qual volta non si volesse ricorrere al più, ò men denso, e raro) che l'istessa macchia appar meno oscura intorno al centro, che verso l'estremità, perche qui vien veduta per coltello, e quiui per piatto, accadendo in questo l'istesso che in vna piastra di vetro, la quale veduta per taglio appare oscura, e opaca molto, mà per piano chiara, e trasparente; e questo seruirebbe per argomento à dimostrar che la larghezza di tali macchie è molto maggior che la loro profondità. Quello che si soggiugne per prouare che le macchie non son lagune, ò cauernose voragini nel corpo solare si può liberamente concedere tutto, perche io non credo che alcuno sia per introdur mai vna tale opinione per vera. Mà perche ne io, ne che io sappia altri, hà conteso, che le macchie siano immerse nella sustanza del Sole, mà ben' hò replicatamente scritto à V. S. e, s'io non m'inganno, necessariamente concluso, che le siano ò contigue al Sole, ò per distanza à noi insensibile separate da quello, è bene che io esamini le ragioni, che Apelle produce per argomenti irrefragabili, onde la di loro lontananza non piccola dalla solar superficie ci si faccia manifesta.

fac.14, ver.22;

fac. 25, ver. 32.

Autorità può indurre opinione, non scienza naturale.

Hà dell'incredibile che Mercurio sia stato visto sotto 'l Sole.

Negrezze vedute nel Sole sono state delle macchie.

Oscurità di Venere e reuoluzion d'essa circa 'l Sole come si dimostri.

fac.17,ver.16;

fac. 28, ver.14

Fac. 17, ver.18;

fac. 28, ver. 16.

Figure irregolari e instabili delle macchie, & altre mutazioni conosciute.

fac. 17, ver.25;

fac, 28; ver. 23.

fac.18, ver. 2

fac. 28, ver. 29

fac.19, ver. 15;

fac. 29, ver. 34

Sodezza del corpo solare come sia controversa.

Autorità val poco a paragon della ragione.

fac. 20, ver. 25;

fac. 31, ver. 2.

fac. 22, ver.20;

fac.32, ver. 8.

Macchie non sono lagune, nè cauità nel corpo solare.

Prende Apelle la sua ragione dal vedersi le macchie dimorar tempi ineguali sotto la faccia del Sole, e quelle, che la trauersano per la linea massima passando per lo centro, dimorar più, che quelle che passano per linee remote dal centro; e ne adduce l'osseruazion di due, l'vna delle quali dimorò giorni 16. nel diametro, e l'altra, passando alquanto lontana dal centro, scorse la sua linea in giorni 14. hor quì vorrei trouar parole di poter senza offesa di Apelle, il quale io intendo di honorar sempre, negare tale esperienza: perche hauendo io circa questo particolare fatte molte e molte diligentissime osseruazioni non hò trovato incontro alcuno, onde si possa concluder altro, se non che le macchie tutte indifferentemente dimorano sotto 'l solar disco tempi eguali, che al mio giudizio sono qualche cosa più di giorni 14. e questo affermo tanto più resolutamente, quanto che sarà per auanti in potestà di ciascheduno il farne senza incommodo mille, e mille osseruazioni: e quanto alla particolare esperienza che Apelle ci propone, v'hò qualche scrupolo per hauer egli eletto nella prima osseruazione, non il transito di vna macchia sola, mà di vn drapello assai numeroso, e di macchie che molto si andorono variando di posizione trà di loro; dalle quali cose ne conseguita, che tale osseruazione, come soggetta à molte accidentarie alterazioni, non sia à bastanza sicura per determinare essa sola vna tanta conclusione; anzi gl'irregolari mouimenti particolari di esse macchie rendono le osseruazioni soggette à tali alterazioni, che non è da prender resoluzione, se non dalla conferenza di molti, e molti particolari, il che hò fatto sopra la moltitudine di più di 100. disegni grandi, & esatti; ed hò incontrate bene alcune piccole differenze di tempi ne i passaggi; mà hò anco trouato alternatamente esser non meno talor più tarde le macchie de cerchi più vicini al centro del disco che altra volta quelle de' più remoti.

fac. 18, ver. 26;

fac. 29, ver.16.

Macchie dimorano tempi uguali sotto 'l solar disco.

Ma quando anco non ci fosse in pronto di poter far incontri sopra disegni già fatti, e sopra quelli che si faranno; parmi ad ogni modo di poter dalle cose stesse proposte, & ammesse da Apelle ritrar certa contradizione, per la quale molto ragioneuolmente si possa dubitare circa la verità dell'addotta osseruazione, & in consequenza della conclusione, che indi si deduce. Imperò che io prima considero che douendo egli valersi della disegualità de' tempi de passaggi delle macchie, come di argomento necessariamente concludente la notabil lontananza loro dalla superficie del Sole; e forza che è supponga quelle essere in vna sola sfera, che di vn moto comune à tutte si vada volgendo; perche se e volesse, che ciascuna hauesse suo moto particolare, niente da ciò si potrebbe raccorre, che concernesse alla proua della remozion loro dal Sole, perche si potria sempre dire, che la maggior, ò la minor dimora di queste, ò di quelle, nascesse, non dalla distanza della lor sfera dal Sole, mà dalla vera, e reale disegualità de lor proprij moti. Considero appresso, che le linee descritte nel disco solare dalle macchie non s'allargano dall'eclittica, massimo cerchio della lor conuersione, ò verso Borea, ò verso Austro; oltre à certe limitate distanze, che al più arrivano à 28. 29. e, rare volte, à 30. gradi. Hora poste queste cose, mi par di poter con assai manifeste contradizioni de i pronunziati d'Apelle trà di loro medesimi render inefficace quant'egli in questo luogo produce per argomento della remozion delle macchie dalla superficie del Sole. Imperò che, concedendogli i suoi assunti anco nel sommo è più fauoreuol grado, che esser possa in pro della sua conclusione, cioè che le prime macchie trauersassero la massima linea, dico il diametro del Sole in giorni 16. Almeno; e che l'altra in giorni 14. al più trauersasse vna parallela distante dal diametro non manco di 30. gradi, mostrerò di quì seguire, la lontananza loro dal Sole douer esser tanto grande, che molti altri particolari accidenti manifesti non potrebbono sussistere in modo alcuno, E prima, per pienissima intelligenza di questo fatto, dimostrerò che, trauersando due macchie il disco solare vna per il diametro, & l'altra per vna linea minore, i tempi de lor passaggi hanno sempre trà di loro minor proporzione che le dette linee qualunque si sia la grandezza dell'orbe che le portasse in giro; per la cui dimostrazione propongo il seguente Lemma.

Macchie non sono remote dalla superficie del Sole.

Sia il mezzo cerchio ACDB, conuertibile intorno al suo diametro AB, nella cui circonferenza siano presi due punti CD, e da essi venghino sopra 'l diametro AB, le perpendicolari CG, DI, & intendasi, nel riuolgimento trasferito il mezzo cerchio ACB in AEB, si che il punto E, sia l'istesso che 'l punto C, e l'F, sia il D, e la linea EG sia la medesima che la GC, & IF, sia la ID; e da punti sublimi, EF caschino le perpendicolari al piano soggetto EM, FO; le quali caderanno sopra le prime linee GC, ID: & è manifesto, che se 'l cerchio AE, FB si fosse mosso vna quarta, e fosse in consequenza eretto al piano dell'altro cerchio AC, DB, le perpendicolari cadenti da i punti E F, sarebbono l'istesse EG, FI, mà sendo eleuato meno d'vna quarta, caschino, come s'è detto, in MO. Dico le linee CG, DI esser segate da i punti MO proporzionalmente, perchè ne' triangoli EGM, FIO, i due angoli EGM, FIO, sono eguali, essendo l'inclinazion medesima de i due piani ACB, AEB; e gl'angoli EMG, FOI son retti; adunque i triangoli EMG, FOI, son simili; e però come EG, à GM, così FI ad IO, e sono le due EG, FI le medesime che le CG, DI; e però come CG a GM. così DI ad IO, e, diuidendo come CM ad MG, così DO ad OI, il che dimostrato.
Intendasi il cerchio HBT, segante il Globo solare secondo il diametro HT, che sia asse delle reuoluzioni delle macchie; e sia dal centro A il semidiametro AB perpendicolare all'asse HT, si che nella reuoluzione la linea AB, descriua il cerchio massimo; e preso qualsivoglia altro punto nella circonferenza TBH, che sia il punto L, tirisi la linea LD, parallela alla BA, la quale sarà semidiametro del cerchio, la cui circonferenza vien descritta nella reuoluzione dal punto L. Hora è manifesto che quando il Sole si riuolgesse in se stesso, e fossero due macchie ne punti BL, amendue trauersarebbono nel tempo istesso il disco solare, veduto dall'occhio, posto in distanza immensa nella linea prodotta dal centro A, perpendicolarmente sopra 'l piano HBT, che sarebbe il cerchio del disco, e le linee BA, LD, apparirebbono la metà di quelle che dette macchie BL, descriuessero ne lor mouimenti. Ma quando le macchie non fossero contigue al Sole, mà fossero in vna sfera che lo circondasse e di lui fusse notabilmente maggiore non è dubbio, che quella macchia che apparisse trauersare il solar disco per il diametro BA, consumerebbe più tempo, che l'altra, che trauersasse per la minor linea LD, e la differenza di tali tempi diuerrebbe sempre maggiore, e maggiore, secondo che l'orbe deferente le macchie si ponesse più, e più grande, mà non però accader potrebbe già mai, che la differenza di tali tempi fosse tanta quanta è la differenza delle linee passate BA, LD, mà sempre auuerrà che 'l tempo del transito per la massima linea BA, al tempo del transito per qualunque altra minore, come per essempio, per la LD, habbia minor proporzione di quella che hà la linea BA, alla LD, che è quello che io intendo hora di dimostrare. Perloche siano prolungate infinitamente le linee DL, AB verso EC, e l'asse HT verso RO; & intendasi nell'istesso piano HBT, il cerchio massimo di qual si voglia sfera, e sia PECO; e per li punti BL siano prodotte le BGF, LN, parallele all'asse OAR; e centro D, descriuasi con l'interuallo DE, il quadrante ENR, la cui circonferenza seghi la parallela LN, in N, e per N. passi la MNF, parallela alla DE, la quale seghi la BF in F, e congiungasi la FD, che seghi la circonferenza ENR, nel punto I, dal quale tirisi la IS, parallela alla FG; e congiungasi la linea retta ND.

E perche il quadrato della linea FD, è eguale alli due quadrati delle linee FM, MD, essendo M, angolo retto; & il quadrato ND è eguale alli due NM, MD; l'eccesso del quadrato FD, sopra 'l quadrato ND, sarà eguale all'eccesso delli due quadrati FM, MD, sopra li due NM, MD, il quale (remosso il commune quadrato MD) è l'istesso che l'eccesso del quadrato FM, sopra 'l quadrato MN, ma perche FM, è eguale alla BA, lati opposti nel parallelogrammo; e la NM, è eguale alla LD, e l'eccesso del quadrato BA, sopra 'l quadrato LD, è il quadrato DA, adunque l'eccesso del quadrato FD, sopra 'l quadrato ND, è eguale al quadrato DA, e però il quadrato FD, è eguale alli due quadrati delle linee ND, DA, cioè delle due ED, DA, mà à questi due medesimi quadrati è eguale ancora il quadrato del semidiametro CA, adunque la linea FD, è eguale alla linea CA. In oltre perche nel triangolo FGD la linea IS, è parallela alla FG, sarà come FD, à DG, cioè come CA, ad AB, così ID, cioè ED, à DS, e diuidendo, come CB, à BA, così ES, à SD. Onde se intorno all'asse PO, intenderemo riuolgersi la sfera, & eleuarsi il mezo cerchio PCO, sin che la perpendicolare cadente dal punto C, fatto sublime, venga sopra 'l punto B, è manifesto per il conuerso del Lemma precedente, che la perpendicolare cadente dal punto E, verrà in S; e però quando la macchia C, comincerà ad apparire nel limbo del disco solare, cioè nel punto B, l'altra E, sarà ancora lontana dalla circonferenza del disco per l'interuallo SL, e perche fatta la quarta parte della conuersione i perpendicoli delle macchie CE, caderanno ne punti DA, nel momento stesso, e chiaro, che 'l tempo del passaggio per BA, è eguale al tempo del passaggio dell'altra macchia per tutta la SD; del qual tempo è parte quello del transito per LD, segue hora, che dimostriamo il tempo del passaggio per BA, al tempo per LD, hauer minor proporzione, che la linea BA, alla LD, e perche già consta che il tempo del transito per BA, è eguale al tempo per SD, se sarà dimostrato che il tempo per SD, al tempo per DL ha minor proporzione che la linea BA, alla LD, sarà prouato l'intento; mà il tempo del passaggio per SD, al tempo del passaggio per LD, hà la medesima proporzione che l'arco IR, all'arco RN, (essendo l'arco ENR, eguale alla quarta, che il punto E descriuerebbe nella superficie della sfera, nel rigirarsi intorno all'asse PO, nella cui circonferenza le perpendicolari erette da i punti SLD taglierebbono archi eguali alli due IR, NR, & esse linee SD, LD, sarebbono loro sini, sicome sono delli due archi IR, NR) resta dunque che dimostriamo la retta BA, alla DL, cioè la FM, alla MN, hauer maggior proporzione, che l'arco IR, all'arco RN. E perche il triangolo FDN, è maggiore del settore IDN, harà il triangolo FND, al settore NDR maggior proporzione, che il settore IND, al medesimo settore NDR, mà il triangolo medesimo FDN, hà ancora maggior proporzione al triangolo NDM, che al settore NDR, essendo il triangolo NDM, minore del settore NDR: adunque molto maggior proporzione harà il triangolo FDN, al triangolo NDM, che 'l settore IDN, al settore NDR, e componendo il triangolo FDM, al triangolo MDN, harà maggior proporzione che il settore IDR, al settore RDN, mà come il triangolo FDM, al triangolo MDN, così la linea FM, alla linea MN, e come il settore IDR, al settore RDN, così è l'arco IR, all'arco RN, adunque la linea FM alla MN, cioè la BA, alla LD, hà maggior proporzione, che l'arco IR. all'arco RN, cioè che 'l tempo del passaggio per BA, al tempo del passaggio per LD.

Di quì può esser manifesto, quanto vicino ad vn'impossibile assoluto si conducesse Apelle, nel dir di hauer' osseruato vna macchia trauersare il diametro del disco solare in giorni 16. al meno, & vn'altra vna minor linea in 14. al più: perche posto anco che come di sopra hò detto, à fauor massimo della sua asserzione, la seconda macchia trauersasse vna linea lontana 30. gradi dal diametro, cosa che à rarissime, ò nessuna delle macchie grandi, qual fù quella, si vede accadere, se la proporzione de i giorni 16. e 14. che e mostra ad abondante cautela di hauer ristretta, si allargasse hore 3 1/2 solamente, si che l'vn tempo fosse stato giorni 16. e l'altro 13. ed ore 20 1/2, la proposizione sarebbe stata assolutamente falsa, & impossibile; perche la proporzione di questi tempi sarebbe maggior di quella che hà il diametro alla suttesa di gradi 120. la quale ha il tempo di giorni 16. al tempo di giorni 13. ore 20.33. mà con tutto ciò benche si sia sfuggito vn impossibile assoluto, pur s'incorre in vno ex suppositione, che basta per mostrar l'inefficacia dell'argomento; onde io vengo à dimostrare, come, posto che vna macchia trauersasse il diametro del Sole in vn tempo sesquisettimo al tempo del passaggio di vn'altra, che si mouesse per il parallelo distante 30. gradi, necessariamente segua che la sfera, che conduce dette macchie, habbia il semidiametro più che doppio al semidiametro del globo solare. Sia il cerchio massimo del globo solare, il cui asse PR, il centro A; & sia la linea ABC, perpendicolare alla PR, e pongasi l'arco BL, esser gra: 30. e sia tirata la DLE, parallela alla AC, e di vna sfera, che riuolgendosi intorno al Sole, porti le macchie, che trauersino la linea BA, e la LD, quella in tempo sesquisettimo al tempo di questa, sia il cerchio massimo FECH, nel piano del cerchio PBR, dico, che il semidiametro di tale sfera, cioè la linea CA, è di necessità più che doppio del semidiametro del Sole BA, imperò che se non è più che doppio, sarà ò doppio, ò meno che doppio. sia prima, se è possibile doppio, & intendasi per il punto B la BG, parallela alla DA, e facciasi come la CA, alla ED, così la BA, alla ID; e perche CA, è maggiore di ED, sarà ancora la BA, maggiore della ID, e per le cose precedenti è manifesto, che quando la macchia C apparirà in B, la macchia E apparirà in I, & amendue poi nell'istesso tempo appariranno in AD; perlochè il tempo del transito apparente della macchia C, per BA, sarà eguale al tempo del transito della macchia. E per ID, e però il tempo per BA al tempo per LD, harà la medesima proporzione, che 'l tempo per ID, al tempo per LD, la qual proporzione è quella che hà l'arco del sino ID, all'arco del sino LD, presi nel cerchio, il cui semidiametro sia la linea DE. E perche nel triangolo EAD la IO, è parallela alla EA, sarà come ED à DI, così AD, à DO, & AE, à IO, mà ED, e doppia di DI, perche ancora la CA, si pone esser doppia della AB, adunque AD, sarà doppia di DO, & AE, di IO, adunque IO, è eguale al semidiametro AB, e perche l'arco BL si pone esser gradi 30. sarà il sino tutto BA, cioè IO, doppio di AD, e per consequenza quadruplo di OD, posto dunque il sino tutto IO esser 1000. sarà OD, 250. e DI, 968; e la sua doppia DE, 1936. mà di tali ancora è la LD (sino dell'arco LP) 866. Adunque di quali ED, sino tutto, fosse 1000. di tali sarebbe ID 500. e DL, 447. & l'arco, il cui sino ID, sarebbe gradi 30. 0 e l'arco, il cui sino LD, gr. 26.33. mà bisognarebbe che e fosse gradi 25.45 per osseruar la proporzione sesquisettima del tempo detto, al tempo: adunque l'arco del sino LD, e maggior di quel che bisognaua per mantener la detta proporzione: adunque non è possibile che 'l semidiametro CA, sia doppio del semidiametro AB, e molto maggiore inconueniente seguirebbe à porlo men che doppio, seguita, adunque che di necessità e sia maggior che doppio. Che è quanto si doueua dimostrare.
Dalle asserzioni, dunque, di Apelle che alcune macchie habbino trauersato il diametro del disco in giorni 16. & altre la parallela da quello remota al più gr. 30. in giorni 14. seguita, come vede V. S. che la sfera, che le conduce sia lontana dal Sole più del semidiametro del Sole: la qual cosa poi è per altri incontri manifestamente falsa, perche quando ciò fosse, del cerchio massimo di tale sfera s'interporrebbe trà l'occhio nostro, e 'l disco solare molto meno di 60. gradi; e molto minori archi verrebbono interposti de gl'altri paralleli: onde per necessaria consequenza, i mouimenti delle macchie nel Sole apparirebbono totalmente equabili nell'ingresso, nel mezo, e nell'vscita; gl'interualli trà macchia, e macchia e le figure, e grandezze loro (per quello che depende dalle diuerse positure, & inclinazioni) sempre si mostrerebbono l'istesse in tutte le parti del Sole; il che quanto sia repugnante dal vero, siane Apelle stesso à se medesimo testimonio, il quale hà pure osseruato l'apparente tardità di moto, l'vnione, ò propinquità, e la sottigliezza delle macchie presso alla circonferenza, e la velocità, la separazione, & ingrossamento molto notabile circa le parti di mezzo; onde io per tale contradizione non temerò di dire, essere in tutto impossibile, che trauersando vna macchia il diametro solare in 16. giorni, vna altra trauersi la sopradetta parallela in 14. Mà soggiugnerò bene ad Apelle, che ritorcendo l'argomento, & osseruando più esattamente, i passaggi delle macchie in qual si voglia linea del disco farsi tutti in tempi eguali (sicome io hò da molt'osseruazioni compreso, e ciascuno potrà per l'auuenire osseruare), si deue concluder necessariamente, loro essere, come sempre hò detto, ò contigue, ò per distanza à noi insensibile separate dalla superficie del Sole. E per non lasciar indietro cosa che possa confermare e stabilire conclusione tanto principale in questa materia, aggiungo che Apelle poteua di ciò altresì accorgersi (vegga V. S. quanta è la forza della verità) da due altre conietture necessarie, le quali, per rimuouer ogni cagione di dubitare che io quasi più intento alla ricoperta de' miei errori, che all'inuestigazione del vero, forse non accomodassi le mie figure alle proprie conclusioni, voglio cauar da i disegni medesimi d'Apelle; se bene più esattamente lo potrei dedurre da alcuni miei, per auuentura, almeno rispetto alla maggior grandezza, più giustamente delineati.

fac.17,ver.21

fac. 28, ver.19

fac. 18, ver. 5;

fac.28, ver. 32.

fac.18, ver.22;

fac. 29, ver. 12.

Si chiarisce tuttauia maggiormente che le macchie sono contigue alla superficie del Sole.

Prenda, dunque, V. S. le figure de i due giorni 29. Decembre, ore 2. e 30. hor. pur 2. ne' quali comincia à farsi vedere la macchia µ, assai insigne trà le altre: la quale, come referisce il medesimo autore, si mostrò il primo giorno in aspetto di vna sottil linea nera, e separata dall'estremità del Sole per vn interstizio lucido non più largo della sua grossezza; mà come dimostrano i disegni, il giorno seguente all'istessa hora fù la sua distanza quasi triplicata, e la grossezza della macchia parimente agumentata assai.
In oltre, egli afferma di questa macchia (trà l'incostanza dell'altre assai costante) che il suo visual diametro fù vna delle 18. parti in circa del diametro del disco solare, e perche ella crebbe sino alla figura di mezo cerchio, e fu nel suo primo apparir col suo diametro intero parallelo alla circonferenza del disco, seguita per necessità, che la dilatazione apparente della sua figura fosse fatta, non secondo la lunghezza del suo diametro intero, mà secondo il semidiametro perpendicolare à quello; e così mostra il disegno; talche la dimension di tal macchia, che sù'l primo comparire fu sottile assai verso 'l mezo del disco si dilatò tanto, che occupò circa la trentesimasesta parte del diametro del Sole, cioè quanto è la suttesa di tre gradi e vn terzo. Hora stanti queste due osseruazioni, dico non esser possibile, che tal macchia fosse per notabile interuallo separata dalla superficie del Sole. Imperò che sia il cerchio ABD, nel globo solare, quello, nella cui circonferenza apparisca muouersi la macchia, & intendasi l'occhio esser posto nell'istesso piano, mà in lontananza immensa, talche i raggi da quello prodotti al diametro di esso sieno come linee parallele. Et intendasi la macchia, la cui larghezza µ occupi gradi 3.20'. il cui sino, ò la cui suttesa, poco da esso differente in tanta piccolezza, sarà 5814. parti di quelle, delle quali il semidiametro AM, contiene 100000. intendasi appresso l'arco AB esser gradi 8. e l'arco BD, gr. 3.20. cioè quanta si pone la larghezza della macchia: e per i punti BD passino le perpendicolari al diametro AM, le quali sieno CBG, ODQ, sarà ACO, sino verso dell'arco ABD, 1950. & AC, sino verso dell'arco AB, 973. & il rimanente CO, 977. Dal che habbiamo primieramente la macchia µ, posta in BD, apparirci molto sottile, cioè la sesta parte solamente di quello, che si mostra circa il mezo del disco, cioè nel luogo µ; apparendoci in BD, eguale à CO, cioè 977. & in M, si mostra 5814. il qual numero contiene prossimamente sei volte l'altro 977. Di più habbiamo l'interuallo lucido AC eguale all'apparente grossezza della macchia, essendo AC, 973. e CO. 977. & questi particolari requisiti acconciamente rispondono alle osseruazioni di Apelle. Hora veggiamo se tali particolari potessero incontrarsi, ponendosi la conuersione delle macchie, remota dal globo del Sole, solamente per la ventesima parte del suo semidiametro. Pongasi, dunque, il semidiametro d'vna tale sfera MF, siche AF, sia 5000. de quali il semidiametro AM, è 100000. sarà donque, tutta la FM, 105000. Ma de quali parti MF, è 100000. de tali FA, sarà 4762. & AC 927. CO 930. FAC 5689. & FACO, 6619. & descrivendo il cerchio FEGQ, e tirando la parallela AE, si trouerà l'arco FE, esser gra. 17.40'. FEG 19.25'. EG 1.45'. FEGQ 21. GQ 1.35'. e la sua suttesa nel luogo incontro à µ, sarebbe 2765. essendo stata in GQ, eguale à CO, cioè 930. il qual numero non arriva alla terza parte di 2765. Quando, dunque, la macchia µ, si mouesse in tanta lontananza dal Sole, non potria mai mostrarsi ingrossata più di tre volte: il che è molto repugnante alle osseruazioni di Apelle, ed alle mie: E noti V. S. ch'io fò la presente illazione supponendo che la macchia µ, fusse apparsa trauersare il diametro del Sole, e non, come fece, vna linea più breue; che se di questa più breue ci seruissimo, la repugnanza si trouarebbe ancor maggiore, sicome molto più notabile si vedrebbe seruendoci di macchie più sottili; e notabilissima, & immensa la trouarebbe chi volesse por la distanza delle macchie lontana dal Sole, quanto il suo diametro, ò più: perche in tal caso niuna differenza assolutamente si potrebbe notare in tutto 'l passaggio loro. Vengo hora all'altra coniettura presa dall'accrescimento, che fece in vn sol giorno l'interuallo lucido, e la grossezza della macchia, conforme alle note di Apelle; e ripigliando la figura medesima, e ponendo prima la macchia contigua al Sole: triplicò il sino verso dell'interuallo lucido AC (che tanto si dimostrò accresciuto nel seguente giorno), & hò la linea AS. 2919. parti, de quali AM è 100000. Onde l'arco ABDL, sarà gr. 14. à' quali aggiungo gr. 3.20'. per l'arco LP, occupato dalla vera grossezza della macchia, & ho gr. 17.20'. per l'arco ALP, il cui sino verso ASR, è 4716. dal quale sottratto AS, resta 1797. e tanta apparirà la grossezza della macchia in questo luogo, ch'è quasi doppia di quello, che apparue il giorno auanti in BD, essendo stata la linea CO, 977. Mà se noi intenderemo la macchia esser passata non per l'arco ALP, mà per FEH. essendo AC, adesso parti 927. di quali il semidiametro FM, è 100000. sarà il suo triplato ACOS. 2781. al quale aggiunto il sino verso FA, ch'è 4762. fà 7543. per il sino verso FAS, onde l'arco FEH, sarà gradi 22.20'. à i quali giungendo gr. 1.35'. per la vera grossezza della macchia (che tanto si trouò douer esser quando ella passasse per l'arco FEH), si hauranno gr. 23.55'. per tutto l'arco FET, il cui sino verso FSR, è 8590. dal quale sottrændo il sino FS, resta SR, 1047. apparente grossezza della macchia locata in HT, la quale supera quella del precedente giorno, cioè la CO, di meno d'vn'ottaua parte. Talche quando la sua conuersione fosse fatta in vn cerchio distante dal Sole per la ventesima parte del suo semidiametro solamente, la sua visibil grossezza non sarebbe nel seguente giorno cresciuta vn'ottavo; mà ella ne crebbe più di sette: adunque necessariamente vede la solar superficie. E perche questo è vno de' capi principali, che in questa materia venghino trattati, non deuo pretermetter di considerare alcune altre osseruazioni che Apelle produce à fac. 43. e 44. dalle quali ei pur tenta di persuadere la lontananza delle macchie del Sole, vsando la medesima maniera di argumentare tolta dalla disegualità de' tempi, della dimora sotto 'l disco solare; la quale quando fosse, come Apelle scriue conuienerebbe necessariamente le macchie, non solamente non esser nel Sole, mà nè anco ad esso vicine à gran pezzo, anzi di più pigliando i mouimenti di quelle esser in genere equabili, & vniformi, sicome la somma dell'accuratissime osseruationi mi dimostra, è impossibile assolutamente, come di sopra hò dimostrato, che simili differenze di tempi, quali in questo luogo pone Apelle, possino ritrouarsi giamai, se non quando alcune delle macchie passassero per linee lontane dal centro del Disco non pur li 30. gradi al più da me osseruati, mà 50. e 60. e più; il che repugna, non solo alle mie osseruazioni, mà à queste medesime che Apelle produce, delle quali la macchia G, passa per il centro stesso, come si vede nel disegno del giorno 30. di Màrzo la E, come dimostra il disegno del 25. di Marzo, non passa lontana 30. gr. ne anco 24. l'istesso accade alla macchia H, come si vede nel disegno del giorno 30. dell'istesso mese: poste queste cose, egli appresso soggiugne la macchia E, essere stata sotto il Sole al meno 12. giorni interi, ma la G, 11. al più; & la H, al più 9. Mà come è possibile, che la macchia G, che trauersa tutto il diametro passi in manco tempo, che la E, che passa lontana dal centro più di 20. gradi? E che trà il tempo del passaggio di questa, e dell'altra H, vi sia differenza tre giorni, ò più, benche passino in paralleli poco, ò nulla differenti, e come s'è scordato Apelle di quello, che sopra à fac. 18. nel x. notabile scrisse con tanta resoluzione, cioè. Questo esser certo, che le macchie che trauersano il mezo del Sole fan maggior dimora sotto di lui, che quelle che passano più verso gli estremi. Questi sono impossibili assoluti, quando non si volesse dire, i mouimenti delle macchie esser tutti di periodi differenti, il che nè è vero, nè da Appelle supposto, e dato che vero fusse, cessarebbe tutto il vigor del discorso nel voler egli da tali passaggi dedurre, & inferir il luogo delle macchie rispetto al Sole. Mà perche troppo inuincibile è la forza della verità, ripigliamo pure i medesimi disegni, e consideriamogli spogliati d'ogn'altro affetto fuori, che del venire in notizia del vero, e troueremo, i tempi di detti passaggi essere eguali frà di loro, e tutti circa 14. giorni. E prima, la macchia G, apparsa li 26. di Marzo, e non veduta per auanti, è tanto lontana dalla circonferenza, quanto importa il moto di 3. giorni e forse di 4. del che, senza molto discostarsi, ne è chiaro testimonio nella medesima carta la macchia B, delli 4 di Aprile, la quale è men lontana dalla circonferenza della detta G, 26. di Marzo; e pure haueua di già caminato tre giorni, ò più, come i 2. suoi precedenti disegni ci mostrano: l'hora poi della sua vscita non fù altramente il giorno 3. d'Aprile, mà due, ò tre giorni doppo, tanta rimane ancora la sua distanza dalla circonferenza; perche (stando pur negli stessi disegni) vedremo esemplificato questo che io dico nella macchia E, la quale il di 29. di Marzo non è più lontana dalla circonferenza che la G, del 3. d'Aprile, e pur si vede ancora per due giorni, se non più: Se adunque, à gli otto giorni della macchia G, notati nella tauola, ne aggiugneremo 4. auanti e 2. doppo, haremo giorni 14. Che poi nè auanti, nè doppo li 8. giorni ella non fosse osseruata, ciò si deue attribuire al non si esser generata auanti, nè conseruatasi dopo: E questo dico, perche suppongo le osseruationi essere state accurate, che quando non fosser tali, potrebbe alcuno attribuir la causa di tale occultazione non all'assenza delle macchie, mà à qualche minor diligenza dell'osseruante; solo à me par che sia qualche difetto nell'elezion dell'osseruazioni, le quali doueuano esser di macchie vedute entrare, & vscire nell'estrema circonferenza, e non di macchie apparse, & occultatesi tanto da quella remote, & oltre à ciò di macchie di continua durazione per tutto il tempo del transito, per non mettere in dubbio, se la macchia ritornata fosse l'istessa, che la sparita. La macchia E, parimente mostra di hauer consumato altri giorni 14. in trauersare il Sole, perche nella sua prima osseruazione delli 20. di Marzo vien lei ancora posta tanto remota dalla circonferenza, quanto può ragionevolmente importare il mouimento di tre giorni: il qual tempo con li 11. notati arriva alla somma ch'io dico. Quanto alla macchia H, dirò, con pace d'Apelle, d'hauerla per sospetta in tale attestazione, e credo, che la H, delli giorni 1. 2. e 3. d'Aprile non sia altramente la H, delli 28. e 30. di Marzo: anzi che hò dubbio ancora, se queste due tra di loro sieno l'istessa: atteso che l'interuallo trà le H, G, delli 28. è molto maggiore (e pur doueria essere assai minore, rispetto all'esser tanto più vicine alla circonferenza) che quello delli 30. senza che il non si esser' ella veduta il giorno intermedio, cioè il 29. è assai necessario argomento, lei non poter essere la medesima; e l'istesso dubbio cade trà l'H del 30. di Marzo e l'H. del primo d'Aprile, non si essendo veduta il giorno di mezo 31. di Marzo. Mà sicuro argomento di tal permuta si caua non meno dalla diversa situazione, poiche l'H, delli giorni 28. e 30. di Marzo mostra di caminare nel medesimo parallelo, che la G, dalla quale è lontana, secondo la longitudine del mouimento, mà la H, delli 1. 2. 3. d'Aprile è per fianco alla medesima G, e da lei remota solo per latitudine; onde assolutamente ella non è l'istessa che la prima, e però cessa la sua autorità in questa decisione.

fac. 29, ver. 16.

Tempi de passaggi delle macchie frà loro eguali.

Esame delle macchie de loro passaggi.

E perche, come hò detto ancora, questo e punto principalissimo in questa materia, e la differenza trà Apelle, e me è grande (poiche le conuersioni delle macchie à me paiono tutte eguali, e trauersare il disco solare in giorni 14. e mezzo in circa, & ad esso tanto ineguali, che alcuna consumi in tal passaggio giorni 16. e più, ed altra 9. solamente), parmi, che sia molto necessario il tornar con replicato esame à ricercar l'esatto di questo particolare; ricordandoci, che la Natura sorda, & inesorabile à nostri preghi, non è per alterare, ò per mutare il corso de' suoi effetti, e che quelle cose, che noi procuriamo adesso d'inuestigare, e poi persuadere à gli altri, non sono state solamente vna volta, e poi mancate, mà seguitano, e seguiteranno gran tempo il loro stile, si che da molti, e molti saranno vedute, ed osseruate; il che ci deue esser gran freno per renderci tanto più circospetti nel pronunziare le nostre proposizioni, e nel guardarci, che qualche affetto, ò verso noi stessi, ò verso altri, non ci faccia punto piegare dalla mira della pura verità.
E non posso in tal proposito celare à V. S. vn poco di scrupolo che m'è nato dall'hauer voluto Apelle in questo luogo produr quelle due macchie, e loro mutazioni, che mandai disegnate a V. S. nella mia prima lettera; e benche io bene intenda, ciò esser deriuato dal suo cortese affetto, desideroso di procacciar credito à loro, co'l dir, che molto s'aggiustauano con le sue, e far nascere occasione di mostrar, come egli di me ancora teneua grata ricordanza, non però harei voluto, ch'ei passasse poi tanto auanti, che si mettesse in pericolo di scapitare qualche poco nell'opinione del lettore, col dire, che dall'incontrarsi tanto esattamente i miei disegni con i suoi, e massime quei della seconda macchia, si accertaua del mancamento di Paralasse, & in consequenza della loro gran lontananza da noi; perche con gran ragione potrà esser messo dubbio sopra tal sua conclusione, poiche le figure, ch'io mandai furon di macchie disegnate solitarie e senza rispondenza ad alcun'altra, ò alla situazion nel Sole, il cui cerchio nè anche fù da me disegnato: il che mi lascia altresì alquanto confuso, onde egli habbia potuto accorgersi dell'hauerle io precisamente, ò no, compartite, e disposte. Io spero, che di quanto sin quì hò detto, Apelle douerà restar satisfatto, e massime aggiugnendoui quello, che hò scritto nella seconda lettera, e crederò ch'e non sia per metter difficoltà non solo nella massima vicinanza delle macchie al Globo solare, mà ne anco nella di lui reuoluzione in se medesimo, in confirmazion di che posso aggiugnere alle ragioni, che scrissi nella seconda lettera à V. S. che nella medesima faccia del Sole si veggono tal volta alcune piazzette più chiare del resto, nelle quali, con diligenza osseruate, si vede il medesimo mouimento, che nelle macchie; e che queste sieno nell'istessa superficie del Sole, non credo che possa restar dubbio ad alcuno, non essendo in verun modo credibile che si troui fuor del Sole sustanza alcuna più di lui risplendente; e se questo è, non mi par che rimanga luogo di poter dubitare del riuolgimento del Globo solare in se medesimo. E tale è la connession de veri, che di quà poi corrispondentemente ne seguita la contiguità delle macchie alla superficie del Sole, e l'esser dalla sua conuersione menate in volta; non apparendo veruna probabil ragione, come esse (quando fossero per molto spazio separate dal Sole) douessero seguitare il di lui riuolgimento. Restami hora il considerare alcune consequenze che Apelle và deducendo dalle cose disputate; la somma delle quali par che tenda al sostentamento di quel ch'egli si troua hauere stabilito nelle sue prime lettere; cioè, che tali macchie in fine altro non sieno, che stelle vaganti intorno al Sole; perche non solamente e torna à nominarle stelle solari, mà và accomodando alcune conuenienze, e requisiti trà esse e l'altre stelle, acciò resti tolta ogni discrepanza, e ragione di segregarle dalle vere stelle per tal rispetto & anco per applauder alle mie montuosità lunari (del quale affetto io gli rendo grazie), dice che tal mia opinione non è improbabile, scorgendosi anco l'istesso nella maggior parte di queste macchie; ragione, in vero, che congiunta con le altre dimostrazioni ch'io produco, douerà quietare ogn'vno.

Macchie osseruate dall'Autore, prodotte poi da Apelle.

fac. 47;

fac. 50.

Rivoluzione del Sole in se medesimo si conferma.

Piazzette nella faccia del Sole più chiare del resto.

fac. 25, nel fine;

fac. 34, ver. 25.

fac. 26, ver. 1;

fac. 34, ver. 26.

Che il parer di quelli che pongono habitatori in Gioue, in Venere, in Saturno, e nella Luna sia falso, e dannando, intendendo però per habitatori gl'animali nostrali, e sopra tutto gl'huomini, io non solo concorro con Apelle in reputarlo tale, ma credo di poterlo con ragioni necessarie dimostrare. Se poi si possa probabilmente stimare, nella Luna, ò in altro Pianeta esser' viuenti e vegetabili diuersi, non solo da i terrestri, mà lontanissimi da ogni nostra immaginazione, io per me nè lo affermerò, ne lo negherò, mà lascerò, che piu di me Sapienti determinino sopra ciò, e seguiterò le loro determinazioni, sicuro, che sieno per esser' meglio fondate della ragione addotta da Apelle in questo luogo; cioè che sarebbe assurdo il mettergli in tanti corpi; quasi che il porre animali, per essempio, nella Luna non si potesse far senza porgli anco nelle macchie solari: nè anco ben capisco l'illazione, che fà Apelle, del douersi conceder qualche lume reflesso alla terra, persuadendone ciò le macchie solari: anzi perche la loro reflessione non è molto conspicua, e quello, che in esse scorgiamo non può esser altro che lume refratto; se nulla conuenisse dedur da tale accidente, sarebbe più presto che la Terra fosse di sostanza trasparente, e permeabile dal lume del Sole; il che poi non appar vero: non però dico, che la Terra non lo refletta, anzi per molte ragioni, & esperienze son sicurissimo, ch'ella non meno s'illustra di qualunque altra stella, e che con la sua reflessione, luce assai maggiore rende alla Luna di quella che da lei riceue. Mà poiche Apelle si rende così difficile à conceder questa così potente reflessione di lume fatta dal Globo terrestre, e così facile ad ammettere il corpo lunare traspicuo, e penetrabile da i raggi solari; come in questo luogo, & ancor più apertamente replica verso il fine di questi discorsi, voglio produrre vna, ò due delle molte ragioni, che mi persuadono quella conclusione per vera, e questa per falsa; le quali, per auentura risolute, con qualche occasione da Apelle, potrebbono farmi cangiar opinione. Non tacerò in tanto, che io fortemente dubito che questo comun concetto che la Terra come opachissima oscura, ed aspra, che l'è, sia inhabile à reflettere il lume del Sole, sicome all'incontro molto lo reflette la Luna, e gli altri pianeti, sia inualso trà 'l popolo, perche non ci auuien mai il poterla vedere da qualche luogo tenebroso, e lontano nel tempo, che il Sole la illumina; come, per l'opposito, frequentemente vediamo la Luna quando ed ella si troua nel campo oscuro del cielo, e noi siamo ingombrati dalle tenebre notturne, & accadendoci dopò hauer non senza qualche merauiglia, fissati gli occhi nello splendor della Luna, e delle stelle, abbassargli in terra, restiamo dalla sua oscurità in certo modo attristati, di lei formiamo vna tale apprensione, come di cosa repugnante per sua natura ad ogni lucidezza; non considerando più oltre, come nulla rileua al riceuere, e reflettere il lume del Sole la densità, oscurità, & asprezza della materia, e che l'illuminare è dote, e virtù del Sole, non bisognosa d'eccellenza veruna ne i corpi, che deueno essere illuminati; anzi più presto sendo necessario, il leuargli certe condizioni più nobili, come la trasparenza della sustanza, e la lisciezza della superficie, facendo quella opaca, e questa ruuida, e scabrosa; & io son molto ben sicuro, contro alla comune opinione, che quando la Luna fosse polita, e tersa, come vno specchio, ella non solamente non ci refletterebbe, come fà il lume del Sole, mà ci restarebbe assolutamente inuisibile, come se la non fosse al mondo; il che a suo luogo con chiare dimostrazioni farò manifesto; mà per non trauiare dal particolare che hora tratto, dico, che facilmente m'induco à credere, che se giamai non ci fosse occorso il veder la Luna di notte, mà solamente di giorno, hauremmo di lei fatto il medesimo concetto, e giudizio che della Terra; perche se porremo cura alla Luna, il giorno quando tal volta, sendo più che 'l quarto illuminata, ella s'imbatte à trouarsi trà le rotture di qualche nugola bianca, ouero incontro à qualche sommità di torre, ò altro muro di color mezzanamente chiaro, quando rettamente sono illustrati dal Sole, siche della chiarezza di quelli si possa far parallelo col lume della Luna, certo si trouerà la lor lucidezza non esser inferiore à quella della Luna; onde se loro ancora potessero mantenersi così illustrati sin' alle tenebre della notte, lucidi ci si mostrerrieno non meno della Luna, ne men di quella illuminerebbono i luoghi à loro conuicini, sin'à tanta distanza, da quanta la lor grandezza non apparisse minor della faccia lunare; mà le medesime nugole, e l'istesse muraglie spogliate de' raggi del Sole, rimangono poi la notte non men della Terra tenebrose e nere. Di più gran sicurezza doueremo noi pur prender dell'efficace reflession della Terra, dal veder quanto lume si sparga in vna stanza priua d'ogn'altra luce, e solo illuminata dalla reflession di qualche muro oppostogli, e tocco dal Sole, ancorche tal reflessione passi per vn foro così angusto, che dal luogo doue ella vien riceuuta non apparisca il suo diametro sottendere ad angolo maggiore che 'l visual diametro della Luna, nulla di meno tal luce secondaria, è così potente, che ripercossa è rimandata dalla prima in vna seconda stanza, sarà ancor tanta, che non punto cederà alla prima reflessione della Luna, di che si hà chiara, e facile esperienza dal veder, che più ageuolmente leggeremo vn libro con la seconda reflession del muro, che con la prima della Luna.

Nelle stelle non sono abitatori nostrali.

fac. 26, ver. 2;

fac. 34, ver. 27.

fac. 26, ver. 4;

fac. 34, ver. 29.

Terra non s'illustra meno delle stelle, riflettendo il lume del Sole.

Cagione che la terra sia tenuta inabile a rifletter il lume solare.

Se la Luna fosse polita, e liscia non rifletterebbe il lume ne si vederebbe.

Riflession efficace della Terra.

Aggiungo finalmente, che pochi saranno quelli, à quali, scorgendo di notte da lontano qualche fiamma sopra d'vn monte non sia accaduto star in dubbio, se fosse vn fuoco, ò vna stella radente l'orizonte, non ci apparendo il lume della stella superiore à quel d'vna fiamma; dal che ben si può credere, che se la terra fosse tutta ardente, e piena di fiamme, veduta dalla parte tenebrosa della Luna, si mostrarebbe non men lucida d'vna stella; mà ogni sasso, & ogni zolla percossa dal Sole è assai più lucida, che se ardesse, il che si conoscerà facilmente accostando vna candela accesa appresso vna pietra, ò vn legno direttamente ferito dal raggio solare, al cui paragone la fiamma resta inuisibile; adunque la terra, percossa dal Sole, veduta dalla parte tenebrosa della Luna si mostrerà lucida, come ogn'altra stella, e tanto maggior lume refletterà nella Luna, quanto ella vi si dimostra di smisurata grandezza, cioè di superficie circa 12. volte maggiore di quello che la Luna apparisce à noi; oltre che trouandosi la Terra nel Nouilunio più vicina al Sole, che la Luna nel plenilunio, e però sendo più gagliardamente, cioè più d'appresso, illuminata quella, che questa, più gagliardamente in consequenza refletterà il lume la Terra verso la Luna, che la Luna verso la Terra. Per queste, e per molte altre ragioni, & esperienze, che per breuità tralascio, dourebbe per mio credere, stimarsi la reflession della Terra bastante alla secondaria illuminazion della Luna, senza bisogno d'introdurui alcuna perspicuità; e massime perspicuità in quel grado, che da Apelle ci viene assegnata, nella quale mi par di scorgere alcune inesplicabili contradizioni. Egli scriue la trasparenza del corpo lunare esser tanta, che ne gli eclissi del Sole, mentre di lui vna parte era ricoperta dalla Luna, si scorgeua sensibilmente per la di lei profondità, tralucer il disco del Sole notabilmente dintornato, e distinto: hora io noto, che vna semplice nugola, e non delle più dense interponendosi trà il Sole, e noi, talmente ce l'asconde che indarno cercheremo di appostare à molti gradi, il luogo, doue ei si ritroua nel Cielo, non che potessimo vedere il suo perimetro distinto, e terminato, e molto frequentemente si vedrà il Sole mezo coperto da vna nugola, senza che appaia nè anco accennato vn minimo vestigio della circonferenza della parte celata, e pure siamo sicuri, che la grossezza di tal nugola non sarà molte decine, ò al più centinaia di braccia; & oltre à ciò, se tal volta essendo su'l giogo di qualche montagna, c'imbattiamo à passar per vna tal nugola, non la trouiamo esser tanto densa, e opaca, che almeno per alcune poche braccia non dia il transito alla nostra vista, il che non farebbe per auentura altretanta grossezza di vetro, ò di cristallo: onde per necessaria consequenza si raccoglie, se è vero quanto Apelle scriue, che la trasparenza della Luna sia infinitamente maggiore, che quella d'vna nugola, poiche molto meno impediscono il passaggio di raggi solari due mila miglia di profondità della sustanza lunare, che poche braccia di grossezza d'vna nugola, sarà dunque la sustanza lunare assai più trasparente del vetro, ò del cristallo, la qual cosa poi per altri rispetti si conuince d'impossibilità: perche primieramente da vn diafano, nel quale tanto si profondassero i raggi solari, niuna, ò pochissima reflessione si farebbe doue che all'incontro grandissima si fa dalla Luna. Secondariamente il termine, che distinguesse la parte illuminata della Luna dalla parte non tocca da i raggi diretti del Sole, sarebbe nullo, ò indistintissimo, come si può vedere in vna gran palla di vetro piena d'acqua, benche torbida, ò d'altro liquore non interamente trasparente (che se fosse acqua limpida, tal termine non si vedrebbe punto) terzo: essendo tanto trasparente la sustanza lunare, che in grossezza di duemila miglia desse il transito al lume del Sole, non si può dubitare, che vna grossezza della medesima materia, che non fosse più di vna delle dugento, ò trecento parti, sarebbe in tutto trasparentissima, al che totalmente repugnano le montuosità lunari, le quali tutte, benche molte di loro si vegghino assai sottili, e strette, oscurano d'ombre nerissime le parti circonuicine, e basse, come in luoghi innumerabili si scorge, e massime nel confine trà l'illuminato, e l'oscuro, doue taglientissimamente e crudamente, quanto più imaginar si possa i lumi conterminano con le ombre; il quale accidente in verun modo non può hauer luogo, se non in materie simili in asprezza, ed opacità alle nostre più alpestri montagne. Finalmente, quando lo splendor del Sole penetrasse tutta la corpulenza della Luna, la chiarezza dell'Emisfero non tocco da i raggi douria mostrarsi sempre l'istessa, nè mai diminuirsi, poiche sempre è nell'istesso modo illuminata la metà della Luna: ò se pur diuersità alcuna veder vi si douesse, dourebbesi nel nouilunio veder la parte di mezzo più oscura del resto, essendo quiui maggior la profondità della materia da esser penetrata; e nelle quadrature maggior chiarezza douria esser vicino al confin della luce, e minor nella parte più remota, le quali cose, e molte altre, che per breuità trapasso, rendono discordissima tal'Ipotesi dall'apparenze: doue che l'assunto dell'opacità, e dell'asprezza della Luna, e la reflessione del lume del Sole nella Terra, Ipotesi tutte, e vere, e sensate, con mirabil facilità, e pienezza satisfanno ad ogni particolar Problema; ma di ciò più diffusamente tratto in altra occasione. E tornando à i particolari d'Apelle sento nascermi qualche poco d'inclinazione à dubitar, ch'egli traportato dal desiderio di mantenere il suo primo detto, ne potendo puntualmente accomodar le macchie à gli accidenti per l'addietro creduti conuenirsi all'altre stelle, accomodi le stelle à gli accidenti, che veggiamo conuenirsi alle macchie: il che assai manifesto par che si scorga in due altri gran particolari, ch'egli introduce; l'vno de' quali è, che probabilmente si possa dire anco, le altre stelle esser di varie figure. ed apparir rotonde mediante il lume, e la distanza, come accade nella fiamma della candela (e ci si potria aggiugnere in Venere cornicolata): e in vero tale asserzione non si potrebbe conuincer di manifesta falsità, se il Telescopio, col mostrarci la figura di tutte le stelle, così fisse, come erranti, di assoluta rotondità, non decidesse tal dubbio. L'altro particolare è, che non si potendo negare che le macchie si produchino, e si dissoluino, per non le sequestrar per tale accidente dall'altre stelle, non dubita d'affermare, che anco le altre stelle si vadino disfacendo, e redintegrando, & in particolare reputa per tali quelle, ch'io hò osseruato muouersi intorno à Gioue, delle quali torna à replicare il medesimo che scrisse nelle prime lettere, raffermandolo, come fundatamente detto; cioè, che al modo stesso dell'ombre solari, altre repentinamente appariscono, & altre suaniscono, siche, pur come quelle, altre sempre ad altre succedono, senza mai ritornar le medesime; nè picciolo argomento caua in confirmazion di ciò dalla difficoltà, e forse impossibilità, come egli stima, del cauare i loro periodi ordinati dalle osseruazioni, delle quali egli afferma hauerne molte, & esatte, e sue proprie, e di altri. Hor quì desidererei bene, che Apelle non continuasse di reputarmi per huomo così vano, e leggiero, che non solo i hauesse palesate, & offerte al mondo macchie, & ombre per Istelle; mà quello, che più importa, hauessi dedicato alla gloria di si gran Prencipe qual è il Serenissimo Gran Duca mio Signore, & all'eternità di casa tanto regia, cose momentanee, instabili, e transitorie. Replicogli per tanto, che i quattro pianeti Medicei sono stelle vere, e reali, permanenti, e perpetue come l'altre, nè si perdono, ò ascondono se non quanto si congiungono trà loro, ò con Gioue, ò si oscurano tal volta per poche hore nell'ombra di quello, come la Luna in quella della Terra; hanno i lor moti regolatissimi, & i lor periodi certi, li quali se egli non hà potuto inuestigare, forse non vi si è affaticato quanto me, che dopo molte vigilie pur li guadagnai, e già gli hò palesati con le stampe nel Proemio del mio trattato delle cose che stanno sù l'acqua, ò che in quella si muouono; come V. S. harà potuto vedere; & accioche Apelle possa tanto maggiormente deporre ogni dubbio. Io mando à V. S. le costituzioni future per due mesi, cominciando dal di primo di Marzo 1613. con le annotazioni de i progressi, e mutazioni che d'hora in hora son per fare: le quali egli potrà andar incontrando; e trouaralle rispondere esattamente, se già non mi sarà per inauuertenza occorso qualche errore nel calcolarle. Desidero appresso, che con nuoua diligenza torni ad osservarne il numero, che trouerà non esser più di 4. e quella quinta che e nomina, fù senz'altro vna fissa; e le conietture, dalle quali e si lasciò solleuare a stimarla errante, hebbero per lor fondamento varie fallacie: conciosia cosa, che le sue osseruazioni, primieramente, sono errate bene spesso, come io veggo da suoi disegni, perche lasciano qualche stella. che in quelle ore fù conspicua; Secondariamente gl'interstizij trà di loro, e rispetto à Gioue sono errati quasi tutti per mancamento, com'io credo, di modo, e di strumento da potergli misurare; Terzo vi sono grandi errori nella permutazione delle stelle, scambiandole il più delle volte l'vna dall'altra, e confondendo le superiori con l'inferiori, senza riconoscerle di sera in sera; le quali cose gli sono state causa dell'inganno.

Riflession della Terra è bastante alla secondaria illuminazion della Luna.

Luna non è transparente.

Stelle d'Apelle di figure diuerse.

fac. 26, ver. 10;

fac. 34, ver. 34

fac. 31, ver. 8;

fac. 38, ver. 23.

Medicee stelle vere e perpetue.

Medicee sono solamente 4.

Delle quinta proposta da Apelle.

La stella D, notata nella figura delli 30. di Marzo, fù quella che descrive il cerchio maggiore intorno a Gioue, & all'hora si ritrouaua nella massima digressione, cioè nella sua media longitudine, e quasi stazionaria, e lontana da Gioue circa à 15. minuti (chè tanto è il semidiametro del suo cerchio), e non 6. come Apelle, giudicando tali interualli così a vista, doue è grande occasione d'allucinarsi; posta dunque tale, qual veramente fù, la sua distanza da Gioue, & essendo che la stella E, fosse veduta vn poco più occidentale di lei, benissimo incontra, che per la retrogradazion di Gioue; ella si mostrasse, quanto alla longitudine, congiunta con lui il di 8. d'Aprile. Si è di più, gravemente ingannato Apelle nel voler concluder che il moto di questa stella E, fosse più veloce di quel della stella D. E prima s'inganna à dir, che l'angolo contenuto da lei dalla stella D, e da Gioue, li 30. di Marzo, fosse ottuso, cauandosi da i suoi medesimi detti, esser di necessità stato acuto; poiche la longitudine dalla stella D, à Gioue fu allhora (dice egli) min. 6. e tanta fu la latitudine australe della stella E, & il suo interuallo da Gioue min. 8. mà in vn triangolo equicrure, che habbia ciascuno de' lati equali 6 e la base 8. l'angolo compreso da essi lati è necessariamente acuto, e non ottuso, essendo il quadrato di 8. men che doppio del quadrato di 6. E falso, oltre à ciò, che tale e si mantenesse sino alli 5. d'Aprile; prima, perche la stella D, delli 5. d'aprile, segnata occidentale da Gioue, non è la stella D, delli 30. di Marzo; anzi questa D, di Marzo, e poi l'orientalissima presso all'estremità B, delli 5. d'Aprile, con la quale ella non contiene altramente angolo acuto, mà ottusissimo, & in consequenza è falso quello, che concludeua Apelle, cioè, che il mouimento della stella E, sia più veloce, anzi è molto più tardo, che quello della D, oltre che quando ben e fusse più veloce non sò quello, che ciò concludesse per mostrar la stella E, esser mobile, e non fissa; potendosi referir la causa d'ogni disaguaglianza nel mouimento della D. Cessa per tanto questa prima ragione, anzi conclude l'opposito di quello, à che ella fù indrizzata. Mà più, qual'inconstanza è questa d'Apelle à voler, per prouare vna sua fantasia, suppor in questo luogo, che le stelle notate nelle sue osseruazioni, e contrasegnate co i medesimi caratteri, si conseruino le medesime? dicendo poi poco più à basso creder fermamente che le si vadino continuamente producendo successiuamente, e dissoluendo, senza ritornar mai l'istesse? E se questo è, qual cosa vuol egli, ò può raccor da questi suoi discorsi? All'altra ragione, che Apelle adduce pur in confirmazione della vera esistenza del suo quinto pianeta Giouiale, non mi permettendo la fede, e l'auttorità, ch'ei tiene appresso di me, ch'io metta dubbio nel, an sit, non posso dir altro, se non che io non son capace, come possa accadere, che vna stella, veduta col Telescopio di mole, e splendore pari ad vna della prima grandezza possa in manco di 10. giorni, e quel che più mi confonde senza muouersi più d'vn quarto, ò di vn ottauo di grado, anzi, per più ver dire senza punto mutar luogo, possa dico diminuirsi in maniera, che anco del tutto si perda. Non sò che simil portento sia mai stato veduto in Cielo, fuori che le due, nominate stelle nuove del 72. in Cassiopea, e del 604. nel serpentario: e se questa fù vna tal cosa, ò tanto inferior di condizione, quanto men lucida, e più fugace, prouido fù il consiglio di Apelle nel procurargli durazion, e lume dall'Illustrissima casa Velsera. Non son dunque le Giouiali, nè l'altre stelle macchie, ed ombre, nè l'ombre, e macchie solari sono stelle. Ben'è vero ch'io metto così poca difficoltà sopra i nomi, anzi pur sò, ch'è in arbitrio di ciascuno l'imporgli à modo suo, che, tuttauolta, che col nome altri non credesse di conferirgli le condizioni intrinseche, & essenziali, poco caso farei del nominarle stelle in quella guisa, che stelle si dissero le sopranominate del 72. e del 604. stelle nominano i Meteorologici le crinite, le cadenti, e le discorrenti per aria, & essendo in fin permesso a gli amanti, & à Poeti chiamare stelle gli occhi delle lor donne,

Quando si vidde il successor d'Astolfo

Sopra apparir quelle ridenti stelle.

Con simile ragione potransi chiamare stelle anco le macchie solari, ma essenzialmente haueranno condizioni differenti non poco dalle prime stelle. Auuenga che le vere stelle ci si mostrano sempre di vna sola figura, & è la regolarissima frà tutte, e le macchie, d'infinite, & irregolarissime tutte. Quelle consistenti, nè mai mutatesi di grandezza, ò di forma, e queste instabili sempre, e mutabili, Quelle l'istesse sempre, e di permanenza, che supera le memorie di tutti i secoli decorsi, queste generabili, e dissolubili dall'vno all'altro giorno. Quelle, non mai visibili, se non piene di luce, queste, oscure sempre, e splendide non mai. Quelle, ò in tutto immobili, ò mobili ogn'vna per se, di moti proprij, regolari, e trà di loro differentissime, queste mobili di vn moto solo comnune à tutte, regolare solamente in vniuersale, mà da infinite particolari disagguaglianze alterato. Quelle costituite tutte in particolare in diuerse lontananze dal Sole; e queste tutte contigue, ò insensibilmente remote dalla sua superficie. Quelle non mai visibili, se non quando sono assai separate dal Sole; queste non mai vedute se non congiuntegli. Quelle di materia probabilissimamente densa, & opacissima, queste rare à guisa di nebbia, ò fumo. Hora io non sò per qual ragione le macchie si deuino ascriuere trà quelle cose, con le quali non hanno pure vna particolar conuenienza, che non ve l'habbino ancora cento altre, che stelle non sono più presto, che trà quelle, con le quali mostrano di conuenire in ogni particolare. Io le agguagliai alle nostre nugole, ò à fumi, e certo chi volesse con alcuna delle nostre materie imitarle, non credo che facilmente si trouasse più aggiustata imitazione, che 'l porre sopra vna rouente piastra di ferro alcune piccole stille di qualche bitume di difficil combustione, il quale su 'l ferro imprimerebbe vna macchia nera, dalla quale, come da sua radice, si eleuerebbe vn fumo oscuro, che in figure strauaganti, e mutabili si anderebbe spargendo: E se alcuno pur volesse opinabilmente stimare, che alla restaurazione dell'immensa luce che da si gran lampada continuamente si diffonde per l'espansion del mondo facesse di mestiere, che continuamente fusse somministrato pabulo, e nutrimento, ben'hauerebbe non vna sola, mà 100. e tutte l'esperienze concordemente fauoreuoli, nelle quali vediamo tutte le materie fatte prossime all'incendersi, e conuertirsi in luce, ridursi prima ad vn color nero, & oscuro; e così vediamo ne legni, nella paglia, nella carta, nelle candele, & in somma in tutte le cose ardenti, esser la fiamma impiantata, e sorgente dalle contigue parti di tali materie prima conuertite in color nero; e più direi, che forse più accuratamente osseruando le sopranominate piazzette, lucide più del resto del disco solare, si potrebbe ritrouare, quelle esser i luoghi medesimi doue poco auanti si fossero dissolute alcune delle macchie più grandi. Io però non intendo di asserire alcuna di queste cose per certa, nè di obbligarmi a sostenerla, non mi piacendo di mescolar le cose dubbie tra le certe, e resolute.

Paragone delle stelle vere con le macchie del Sole.

Imitazione delle macchie.

Di quà dall'Alpi va attorno, come intendo, tra non piccol numero de i Filosofi Peripatetici, à i quali non graua il filosofare per desiderio del vero, e delle sue cause (perche altri, che indifferentemente negano tutte queste nouità, e sene burlano, stimandole illusioni; è hormai tempo, che ci burliamo di loro, e che essi restino inuisibili, & inaudibili insieme) và attorno dico per difender l'inalterabilità del Cielo (la quale forse Aristotele medesimo in questo secolo abbandonerebbe) vna opinione, conforme à questa d'Apelle, e solamente diuersa, che doue egli pone per ciascuna macchia vna stella sola; questi fanno le macchie, congerie di molte minutissime le quali con loro differenti mouimenti aggregandosi, hor' in maggior copia, hora in minore, e quindi separandosi, formino, e maggiori, e minori macchie, e di sregolate, e diuersissime figure: io già che hò passato il segno della breuità con V. S., si che ella è per leggere in più volte la presente lettera, mi prenderò libertà di toccare qualche particolare sopra questo punto. Nel quale il primo concetto che mi viene in mente è, che i seguaci di questa opinione non habbino hauuto occasione di far molte, e molto diligenti, e continuate osseruazioni, perche mi persuado, ò che alcune difficoltà gli hauerebbono resi non poco dubij, e perplessi nell'accomodare vna tal posizione alle apparenze; perche se bene è vero in genere, che molti oggetti, benche per la lor piccolezza, ò lontananza inuisibili, ciascuno per se solo, vniti insieme possono formare vn'aggregato, che diuenga percettibile alla nostra vista, tuttauia non è da fermarsi sù questa generalità; ma bisogna, che descendiamo à i particolari proprij delle stelle, & à quelli, che si osseruano nelle macchie, e che diligentemente andiamo esaminando, con qual concordia questi, e quelli possino meschiarsi, e conuenire insieme; E per non far come quel Castellano, che sendo con piccol numero di soldati alla difesa d'vna fortezza, per soccorrer quella parte che vede assalita vi accorre con tutte le forze, lasciando intanto altri luoghi indifesi, & aperti, conuiene, che mentre ci sforziamo di difender l'immutabilità del Cielo, non ci scordiamo de i pericoli, à i quali per auuentura potriano restar esposte altre proposizioni, pur necessarie alla conseruazione della filosofia Peripatetica. E però se questa deue restare nella sua integrità, e saldezza, conuiene, che per mantenimento d'altre sue proposizioni, diciamo primieramente, delle stelle altre esser fisse, altre erranti, chiamando fisse quelle che, sendo tutte in vn medesimo Cielo al moto di quello si muouono tutte, restando intanto immobili trà di loro; mà erranti quelle, che hanno ogn'vna per se mouimento proprio; affermando di più, che le conuersioni non meno di queste, che di quelle, sono ciascheduna equabile in se medesima, non conuenendo dare alle lor motrici intelligenze briga di affaticarsi hor più, hor meno, che saria condizione troppo repugnante alla nobiltà, & alla inalterabilità loro, e delle sfere. Stanti queste proposizioni non si può primieramente dire, che tali stelle solari sien fisse, perche quando non si mutassero trà di loro, impossibil sarebbe vedere le mutazioni continue, che pur si scorgono nelle macchie, mà sempre vedremmo ritornar le medesime configurazioni; resta dunque, che le siano mobili ciascheduna per se di mouimenti diseguali frà di loro; mà ben ciascuno equabile in se medesimo, & in tal guisa potrà seguire l'accozzamento, e la separazione di alcuna di loro; ma non però potranno mai formar le macchie; il che intenderemo, considerando alcuni particolari, che nelle macchie si scorgono: vno de' quali è, che vedendosene alcune molto grandi prodursi, e dissoluersi, è forza, che le siano composte non di due, ò di quattro stelle solamente, ma di 50. e 100. perche altre macchiette pur si veggono minori della cinquantesima parte d'vna delle grandi; se dunque, vna di queste si dissolue, siche totalmente svanisce da gli occhi nostri, è necessario che la si divida in più di 50. stellette, ciascheduna delle quali hà il suo proprio, e particolar moto, equabile, e differente da quello d'ogn'altra: perche due, che hauessero il moto commune non si congiugnerebbono, ò non si separerebbono giamai in faccia del Sole. Mà se queste cose son vere, chi non vede essere assolutamente impossibile la formazione delle macchie? E massime durando esse non solamente molte hore, ma molti giorni; sicome è impossibile, che cinquanta barche, mouendosi tutte con velocità differenti, si vnischino giamai; e per lungo spazio vadino di conserua. Quando le stellette fussero disunite, e però inuisibili, non potriano essere, se non per lunghi ordini disposte, l'vna dopò l'altra, secondo la lunghezza de' lor paralleli, ne i quali (sicome nelle visibili macchie si scorge) tutte verso la medesima parte si vanno mouendo; onde tantum abest, che 40. ò 50. ò 100. di loro potessero tanto frequentemente aggregarsi, e così vnite per lungo spazio conseruarsi, che per l'opposito rarissime volte accader potrebbe, che trà mouimenti diseguali cadesse si numeroso concorso di stelle in vn sol luogo: mà assolutamente poi sarebbe impossibile che e' non si dissoluesse in breuissimo tempo; e pur all'incontro si veggono molte macchie conseruarsi talhora per molti giorni, con poca alterazion di figura. Chi, dunque, vorrà sostener, le macchie esser congerie di minute stelle, bisogna che introduca nel Cielo, & in esse stelle mouimenti innumerabili, tumultuarij, difformi, e lontani da ogni regolarità; il che non ben consuona con alcuna probabil filosofia.

Opinione che le macchie siano congerie di stelle minutissime, e suo essame e refutazione.

Sarà, di più, necessario porle più numerose di tutte l'altre visibili stelle; perche, se noi riguarderemo la moltitudine, e grandezza di tutte le macchie, che tal volta si son vedute sotto l'Emisferio del Sole, e quelle andremo risoluendo in particelle così piccole, che diuenghino incospicue, troueremo bisognar che necessariamente le siano molte centinaia; & essendo di più credibile, che altre ne siano non solamente sopra l'altro Emisferio, ma dalle bande ancora del Sole, non si potrà ragioneuolmente sfuggire di douer porle oltre al migliaio. Hor qual simmetria si andrà conseruando trà le lontananze delle stelle erranti, & i tempi delle lor conuersioni, se discendendo dall'immenso cerchio di Saturno sin all'angustissimo di Mercurio non s'incontrano più di 10. o 12. Stelle, ne più di 6. conuersioni di periodi differenti intorno al Sole, douendone poi collocar centinaia e migliaia dentro à così piccolo orbe? che pur saria necessario racchiuderle dentro alle digressioni di Mercurio, poiche giamai non si rendono visibili in aspetto lucido, e separate dal Sole; Mà che dico io di racchiuderle dentro all'orbe di Mercurio? diciamo pure, che essendosi necessariamente dimostrato, le macchie esser tutte contigue, ò insensibilmente remote dalla superficie del Sole, bisogna à chi le vuol far creder congerie di minute stelle, trouar prima modo di persuadere, che sopra la solar superficie, molte, e molte centinaia di globi oscuri, e densi vadino serpendo con differenti velocitadi, e spesso vrtandosi, e trà di loro facendosi ostacolo, onde le scorse de più veloci restino per alcuni giorni impedite da i più pigri; si che dal concorso di gran moltitudine si formino in molti luoghi varij drappelli, di ampiezza à noi visibile, sin tanto che la calca della soprauegnente moltitudine, sforzando finalmente i precedenti, si faccia strada e si disperda il gregge. A grandi angustie bisogna ridursi: e poi, per sostener che? e con quale efficacia dimostrato? per mantenere la materia celeste aliena dalle condizioni elementari, insino da ogni picciola alterazioncella. Se quella che vien chiamata Corruzzione, fosse annichilazione, hauerebbono i Peripatetici qualche ragione à essergli così nemici; mà, se non è altro, che vna mutazione, non merita cotanto odio; ne parmi, che ragioneuolmente alcuno si querelasse della corruzion dell'vouo, mentre di quello si genera il pulcino. In oltre, essendo questa, che vien detta generazione; e corruzione, solo vna piccola mutazioncella in poca parte de gli elementi, e quale nè anco dalla Luna, orbe prossimo, si scorgerebbe, perche negarla nel Cielo? pensano forse, argomentando dalla parte al tutto, che la Terra sia per dissoluersi, e corrompersi tutta in guisa, che sia per venir tempo nel quale il mondo, hauendo Sole, Luna, e l'altre stelle, sia per trouarsi senza Terra? non credo già, che habbino tal sospetto. E se le sue piccole mutazioni non minacciano alla Terra la sua total destruzione, nè gli sono d'imperfezione, anzi di sommo ornamento, perche priuarne gli altri corpi mondani, e temer tanto la dissoluzione del Cielo, per alterazioni non più di queste nemiche, della natural conseruazione? Io dubito, che 'l voler noi misurar il tutto con la scarsa misura nostra, ci faccia incorrere in strane fantasie, e che l'odio nostro particolare contro alla morte, ci renda odiosa la fragilità.

Ridicoli urti e calca di folte stelle.

Alterazioni non sono inconvenienti ne di pregiudicio al Cielo.

Tuttauia non sò dall'altra banda, quanto, per diuenir manco mutabili, ci fosse caro l'incontro d'vna testa di Medusa, che ci conuertisse in vn marmo, ò in vn diamante, spogliandoci de' sensi, e di altri moti, li quali senza le corporali alterazioni in noi sussister non potrebbono. Io non voglio passar più inanzi, ne entrar à esaminare la forza delle Peripatetiche ragioni, al che mi riserbo in altro tempo, Questo solo soggiugnerò: parermi azione non interamente da vero filosofo il voler persistere, siami lecito dir, quasi ostinatamente in sostener conclusioni Peripatetiche scoperte manifestamente false; persuadendosi forse, che Aristotele, quando nell'età nostra si ritrouasse, fosse per far il medesimo: quasi che maggior segno di perfetto giudizio, e più nobil effetto di profonda dottrina sia il difendere il falso, che 'l restar persuaso dal vero. E parmi, che simili ingegni dieno occasione altrui di dubitare, che loro per auuentura apprezzin manco l'esattamente penetrar la forza delle Peripatetiche, e delle contrarie ragioni, che 'l conseruar l'imperio all'autorità d'Aristotele, come ch'ella sia bastante con tanto lor minor trauaglio, e fatica à schivargli tutte l'opposizioni pericolose, quanto è men difficile il trouar testi, e 'l confrontar luoghi, che l'inuestigar conclusioni vere, e 'l formar di loro nuove, e concludenti dimostrazioni. E parmi oltre à ciò, che troppo vogliamo abbassar la condizion nostra, e non senza qualche offesa della Natura, e direi quasi della Diuina benignità (la quale per aiuto all'intender la sua gran costruzione ci ha conceduti 2000. anni più d'osseruazioni, e vista 20. volte più acuta, che ad Aristotele) col voler più presto imparar da lui quello, ch'egli ne seppe, nè potette sapere, che da gli occhi nostri e dal nostro proprio discorso. Mà per non m'allontanar più dal mio principal intento: Dico bastarmi per ora l'hauer dimostrato, che le macchie non sono stelle, nè materie consistenti, nè locate lontane dal Sole, mà che si producono, e dissoluono intorno ad esso, con maniera non dissimile à quella delle nugole, ò altre fumosità intorno alla Terra.

Non seguir schiettamente il vero nel filosofare, degno di molto biasimo.

Conclusione.

Questo è quanto per hora m'è parso di dire a V. S. Illustrissima in proposito di questa materia, la quale io credeua, che douesse essere il sigillo di tutti i nuoui scoprimenti, che hò fatti nel Cielo, e che per l'auuenire mi fosse per restar ozio libero di poter tornare, senza interrompimenti, ad altri miei studij, già che mi era anco felicemente succeduto l'inuestigare dopò molte vigilie, e fatiche i tempi periodici di tutti quattro i Pianeti Medicei, e fabbricarne le tauole, e cio che appartiene à calcoli, & altri loro particolari accidenti; le quali cose in breue manderò in luce, con tutto il resto delle considerazioni fatte intorno all'altre celesti nouità: mà è restato fallace il mio pensiero per l'inaspettata merauiglia con la quale Saturno è venuto vltimamente à perturbarmi; di che voglio dar conto a V. S.

Tauole per i calcoli de Pianeti Medicei fatte dall'Autore.

Già le scrissi come circa à 3. anni fà scopersi, con mia grande ammirazione, Saturno esser tricorporeo, cioè vn aggregato di tre stelle disposte in linea retta parallela all'equinoziale, delle quali la media era assai maggiore delle laterali: queste furono credute da me esser immobili trà di loro; ne fù la mia credenza irragioneuole; poiche, hauendole nella prima osseruazione vedute tanto propinque che quasi mostrauano di toccarsi, e tali essendosi conservate per più di due anni, senza apparire in loro mutazione alcuna, ben doueuo io credere, che le fossero trà di se totalmente immobili; perche vn solo minuto secondo (mouimento incomparabilmente più lento di tutti gli altri, anco delle massime sfere) si sarebbe in tanto tempo fatto sensibile, ò col separare, ò coll'vnire totalmente le tre stelle. Triforme hò veduto ancora Saturno quest'anno circa il solstizio estiuo; & hauendo poi intermesso di osseruarlo per più di due mesi, come quello che non mettevo dubbio sopra la sua costanza, finalmente tornato à rimirarlo i giorni passati, l'hò ritrouato solitario, senza l'assistenza delle consuete stelle, & in somma perfettamente rotondo, e terminato, come Gioue, e tale si và tuttauia mantenendo. Hora che si hà da dire in così strana metamorfosi? forse si sono consumate le due minori stelle, al modo delle macchie solari? forse sono sparite, e repentinamente fuggite? forse Saturno si hà diuorato i proprij figli? ò pure è stata illusione, e fraude, l'apparenza con la quale i cristalli hanno per tanto tempo ingannato me con tanti altri, che meco molte volte gli osseruarono? E forse hora venuto il tempo di rinuerdir la speranza già prossima al seccarsi, in quelli, che retti da piu profonde contemplazioni, hanno penetrato tutte le nuove osseruazioni esser fallacie, nè poter in veruna maniera sussistere? Io non hò che dire cosa resoluta in caso così strano, inopinato, e nuouo, la breuità del tempo, l'accidente senza esempio, la debolezza dell'ingegno e 'l timore dell'errare mi rendono grandemente confuso. Mà siami per vna volta permesso di vsare vn poco di temerità; la quale mi dourà tanto più benignamente esser da V. S. perdonata, quanto io la confesso per tale, e mi protesto, che non intendo di registrar quello, che son per predire, trà le proposizioni dependenti da principij certi, e conclusioni sicure, mà solo da alcune mie verisimili conietture, le quali allhora farò palesi, quando mi bisogneranno, ò per mostrare la scusabile probabilità dell'opinione, alla quale per hora inclino, ò per stabilire la certezza dell'assunta conclusione, qual volta il mio pensiero incontri la verità. Le proposizioni son queste. Le due minori stelle Saturnie, le quali di presente stanno celate, forse si scopriranno vn poco per due mesi intorno al Solstizio estiuo dell'anno prossimo futuro 1613. e poi s'asconderanno, restando celate sin verso il brumal solstizio dell'anno 1614. circa il qual tempo potrebbe accadere che di nuouo per qualche mese facessero di sè alcuna mostra, tornando poi di nuouo ad ascondersi sin presso all'altra seguente bruma; al qual tempo credo bene con maggior risolutezza che torneranno a comparire, ne più si asconderanno, se non che nel seguente solstizio estivo, che sarà dell'anno 1615. accenneranno alquanto di volersi occultare, ma non però credo che si asconderanno interamente, mà ben tornando poco doppo à palesarsi, le vedremo distintamente, e più che mai lucide, e grandi; e quasi risolutamente ardirei di dire, che le vedremo per molti anni senza interrompimento veruno. Sicome dunque, del ritorno io non ne dubito, così vò con riserbo ne gli altri particolari accidenti, fondati per hora solamente su probabil coniettura; mà ò succedino così per appunto, ò in altro modo, dico bene à V. S. che questa stella ancora, e forse non men che l'apparenza di Venere cornicolata, con ammirabil maniera concorre all'accordamento del Gran Sistema Copernicano, al cui palesamento vniuersale veggonsi propizij venti indirizzarci con tanto lucide scorte, che hormai poco ci resta da temere tenebre, ò trauersie.

Nuoua e inaspettata meraviglia di Saturno.

Saturno solitario

Predizione delle mutazioni di Saturno per coniettura.

Finisco di occupar più V. S. Illustriss. mà non senza pregarla ad offerir di nuouo l'amicizia, e la seruitù mia ad Apelle; e se lei determinasse di fargli vedere questa lettera, la prego à non la mandar senza l'accompagnatura di mie scuse, se forse gli paresse, ch'io troppo dissentissi dalle sue opinioni, perche, non desiderando altro che 'l venire in cognizion del vero, ho liberamente spiegata l'opinion mia, la quale son anco disposto à mutare qualunque volta mi sieno scoperti gli errori miei, e terrò obligo particolare à chiunque mi farà grazia di palesargli, e castigargli.
Bacio a V. S. Illustriss. le mani, e caramente la saluto d'ordine dell'Illustriss. Sig. Filippo Saluiati, nella cui amenissima Villa mi ritrouo à continuar in sua compagnia l'osseruazioni celesti. N. Sig. Dio gli conceda il compimento d'ogni suo desiderio. Dalla Villa delle Selue, il 1. di Dicembre 1612.

Di V. S. Illustrissima

Deuotiss. Ser.re

Galileo Galilei Linc.

Poscritta.

LE costituzioni delle Medicee, che inuio a V. S. Illustriss. sono per li due mesi Marzo, & Aprile, e più sino à gl'otto di Maggio, & altre potrò inuiargliene alla giornata, e per auentura più esatte, ma sicuramente più commode ad esser' rincontrate con le apparenti positure, rispetto alla stagione più temperata, & all'ore meno importune. In tanto circa queste sono alcune considerazioni, che è bene sieno accennate à V. S., e per lei ad Apelle, ò ad altri à chi accadesse farne i rincontri; E prima, è da auuertire, che le Stelle vicinissime al corpo di Gioue, per il molto fulgor' di quello, non si veggono facilmente se non da vista acutissima, e con eccellente strumento, mà le medesime nell'allontanarsi, vscendo fuori dell'irradiazione, & in consequenza scoprendosi meglio, dan segno, come poco auanti erano veramente prossime ad esso Gioue; come, per esempio. Nelle tre costituzioni della prima notte di Marzo la stella occidentale vicinissima à Gioue non si vedrà nella prima osseruazione delle tre ore ab Occasu, sendogli quasi contigua; mà perche si allontana da quello, alle 4. hore potrà vedersi, e meglio alle 5. e 'n tutto 'l resto della notte. La Stella orientale prossima à Gioue della notte 9. di Marzo con fatica si vedrà all'hora notata, mà perche si allontana da esso, nelle hore seguenti si vedrà benissimo. Il contrario accaderà della Orientale del giorno 15. dell'istesso mese, perche all'hora notata potrà, sendoui posta diligente cura, esser veduta, che non molto dopò, mouendosi verso Gioue si offuscherà frà i suoi raggi. Vero è che vna di esse quattro, per esser' alquanto maggior dell'altre tre, quando l'aria è ben' serena (il che sommamente importa in questo negozio, si distingue anco sin quasi all'istesso toccamento di Gioue, come si potrà osseruare nella prossima occidentale delli 22. di Marzo, la quale se gli andrà accostando, e si potrà scorgere sino à grandissima vicinità.

Mà più merauigliosa cagione dell'occultazione di tal'vna di loro è quella, che deriua da gl'Eclissi varij, à i quali sono variamente soggette mercè delle diuerse inclinazioni del cono dell'ombra dell'istesso corpo di Gioue, il quale accidente confesso à V. S. che mi trauagliò non poco auanti, che la sua cagione mi cadesse in mente. Sono tali Eclissi, hora di lunga durazione, hora di breue, e tal'hora inuisibili à noi, e queste diuersità nascono dal mouimento annuo della Terra, dalle diuerse latitudini di Gioue, e dall'essere il Pianeta, che si eclissa de i più vicini, ò de' più lontani da esso Gioue, come più distintamente sentirà V. S. à suo tempo; in questo anno, e ne i dui seguenti non haremo Ecclissi grandi; tuttauia quello, che si vedrà, sarà questo. Delle due stelle orientali della notte 24. d'Aprile, la più remota da Gioue si vedrà nel modo, e nel tempo descritto, mà l'altra, più vicina non apparirà, benche separata da Gioue, restando immersa nell'ombra di quello; mà circa le cinque ore di notte vscendo dalle tenebre, vedrassi improuisamente comparire lontana da Gioue quasi due diametri di esso. Il 27. pur di Aprile il Pianeta Orientale prossimo à Gioue non si vedrà sino circa le 4. hore di notte, dimorando sino à quel tempo nell'ombra, vscirà poi repentinamente, e scorgerassi già lontano da Gioue quasi vn diametro, e mezzo. Osseruando diligentemente la sera del primo di Maggio, si vedrà la stella Orientale vicinissima à Gioue, mà non prima, che da esso si sarà allontanata per vn semidiametro di esso Gioue, restando prima nelle tenebre; & vn' simile effetto si vedrà li otto dell'istesso mese. Altri Eclissi piu notabili, e maggiori, che seguiranno dopò, gli saranno da me mandati con l'altre costituzioni. Voglio finalmente mettere in considerazione al discretissimo suo giudizio che non voglia prender' merauiglia, anzi che faccia mie scuse, se quanto gli propongo non riscontrasse così puntualmente con l'esperienze, e osseruazioni da farsi da lei, ò da altri, perche molte sono le occasioni dell'errare, vna è quasi ineuitabile, e l'inauertenza del calcolo; oltre à questo la piccolezza di questi Pianeti, e l'osseruarsi col Telescopio, che tanto, e tanto aggrandisce ogni oggetto veduto, fà, che circa i congressi, e le distanze di tali stelle l'error solo di vn' minuto secondo si fa più apparente, e notabile, che altro fallo mille volte maggiore ne gl'aspetti dell'altre Stelle; ma quello, che più importa, la nouità della cosa, e la breuità del tempo, e il poter esser ne' mouimenti di esse stelle altre diuersità, & anomalie oltre alle osseruate da me sin quì, appresso gl'intendenti dell'arte douranno rendermi scusato, & il non hauere ancora gran numero di huomini, in molti migliai d'anni perfettamente ritrouati i periodi, & esplicate tutte le diuersità dell'altre stelle vaganti, ben' farà scusabile, e fauorabile la causa di vn solo, ch'in dui, ò tre anni non hauesse puntualmente spiegato il picciol Sistema Giouiale, che, come fabrica del sommo Artefice, creder si deue, che non manchi di quegli artifizij, che per la lor grandezza superano di lungo interuallo l'intelletto humano.

Errori più considerabili occorsi nello stampare, rimettendo al giudizio del Lettore gl'altri, & in particolare gl'attenenti alle virgole, e punti.

Fac. Ver. Errori Correzioni
10 8 longa lunga
10 19 è'l non ,e'l non
13 7 Oriente Orizonte
14 24 mattutina, ò esorto vespertino vespertina, è esorto mattutino
15 28 aggiongo aggiungo
31 lei ella
32 stimo, stimò;
16 11 quindeci quindici
22 medeme, ò nel medemo medesime, ò nel medesimo
31 poiche poi, che
33 repigliand' ripigliand'
18 28 alcuna alcuno
29 seguitarebbono seguiterebbono
19 25 bisognarebbe bisognerebbe
20 34 nelle mille
36 poco poca
21 11 trouaremo troueremo
22 6 restringersi ristringersi
23 2 fuori furon'
15 lo rassomigli le rassimigli
30 nigrezza negrezza
31 vietarebbe vieterebbe
24 8 dissoluano dissoluino
15 angusti angusti;
17 deueno debbino
31 Credo che (Credo che
32 Medicei Medicei)
26 1 congionte congiunte
12 risoluessero dissoluessero
27 28 poco poca
29 9 longa lunga
29 fatiga fatica
32 20 vogliono vogliamo
33 26 longhezza lunghezza
42 1 la quale il quale
55 18 , quali . Quali
102 33 dalle quali delle quali
103 12 pol può
105 28 me mi
106 14 autore. autore,
106 30 ad esso adesso
33 intieramente interamente
107 13 , io non (io non
16 superflua, superflua)
108 5 ad interno ed interno
110 9 alias aliàs
111 5 longhezza lunghezza
112 13 manoamento mancamento
34 Sole Sole,
118 17 AE, FB AEFB
18 AC, DB ACDB
119 24 e centro e fatto centro
121 17 quelle quello
128 24 vede rade
31 conienerebbe conuincerrebbe
129 6 delli delle
17 differenti, differenti?
130 24 lei ella
133 2 stelle per Stelle. Per
134 16 di lei e di lei
135 8 conuicini circonuicini
136 34 di de
140 14 equali eguali
142 2 differentissime differentissimi
143 24 persuado, ò che persuado, che
150 12 dissentissi dissentissi

R E G I S T R O.

ABCDEFGHIKLMNOPQRSTV.

Tutti sono fogli intieri, eccetto A, & T, che ciascun è vn foglio, e mezo.

IN ROMA, Appresso Giacomo Mascardi. MDCXIII.

CON LICENZA DE' SVPERIORI.

DE

MACVLIS SOLARIS

TRES EPISTOLÆ

DE IISDEM ET STELLIS CIRCA IOVEM

errantibvs.

Disquisitio

AD MARCVM VELSERVM

Augustæ Vind. II. Virum Præf.

apellis post tabvlam latentis.

Tabula ipsa aliarumq. obseruationum delineationibus

suo loco expositis.

IACOBVS MASCARDVS TYPOGRAPHVS

Lectori S.

LATENTIS Apellis epistolas, ac disquisitiones hìc tibi exponere necessarium omninò duxi; Illarum enim exemplaria perpauca ex Germania hùc peruenere, pauca quoque in alijs Regionibus audio fuisse distributa; quare difficiliùs ea perspicere, perpendereq. posses, ni hic exhiberem recusa. Videre autem, ac considerare necesse erat, cùm in præmisso Phœbeo Volumine Doctissimi Galilei crebra de illis mentio, ac disquisitio intercedat. Indicibus indè notulis in eiusdem margine sæpe iam indigitaui, quæ harum espistolarum ac disquisitionum loca, ac particulæ in quæstionem ibidem venirent. & id quidèm dupliciter, diuersoq. charactere; habita primùm ratione Augustanæ, deinde huius meæ editionis. Ad idem spectant argumentum. Eidem Illustrissimo Velsero mittuntur. Meumq. erat tibi ita satisfacere, vt hisce prædicto Volumini additis quæcumque de Solaribus maculis dicta funt simul haberes, & fortasse quæcunque dici, excogitarique possunt. Tuum iam erit illis pro voto perfrui, & Solaribus contemplationibus exerceri. poteris namque sic, vel alienis laboribus, ac Telescopio Helioscopus fieri, illaq. cognoscere, quæ omnem antiquitatem latuerunt. Vale. Romæ Kalen. Februar. 1613.

MARCO VELSERO

Augustæ Vind. II. Viro Præfecto.

PHAENOMENA, quæ circa Solem obseruaui, petenti affero, mi Velsere, noua, & pæne incredibilia. Ea ingentem, non solum mihi, sed & amicis, primum admirationem, deinde etiam animi voluptatem pepererunt; quod eorum ope plurima hactenus Astronomis, aut dubitata, aut ignorata, aut etiam fortassis pernegata, in clarissimam veritatis lucem, per fontem luminis & astrorum ductorem Solem, protrahi posse, planè persuasum habeamus. Ante menses septem, octo circiter ego vnaque mecum amicus quidam meus, tubum opticum, quo, & nunc vtor, quique obiectum sexcenties, aut etiam octingenties in superficie amplificat, in Solem direximus, dimensuri illius ad Lunam magnitudinem opticam, inuenimusque vtriusque ferè æqualem. Et cum huic rei intenderemus, notauimus quasdam in Sole nigricantes quodammodo maculas, instar guttarum subnigrarum: quia vero tum id ex instituto non inuestigauimus, parui rem istam pensitantes, distulimus in aliud tempus. Rediuimus ergo ad hoc negotium mense præterito Octobri, reperimusque in Sole apparentes maculas, eo modo ferè quo descriptas vides. Quia vero res hæc omni fide prope maior erat, dubitauimus initio, ne forte id latente, quodam vel oculorum vel tubi, vel aeris vitio accideret. Itaque adhibuimus diuersissimorum oculos, qui omnes nullo dempto, eadem, eodemque situ, & ordine, & numero viderunt: conclusimus ergo vitium in oculis non esse; aliàs enim qui fieri posset, vt tàm diuersorum oculi vniusmodi affectione laborarent, eandemque certis diebus mutarent in aliam? accedebat, quod si hæc oculi vitio euenirent, oportebat maculas vna cum oculo Solem peragrante etiam eundem peragrare, quod tamen minimè accidebat: oculi ergò errore hæc in Solem introduci neutiquam posse, vnanimiter, à quamplurimis, & rectè, est conclusum. Vitri itaque malitia nos sollicitos tenebat, timebamus enim ne tubus nobis imponeret. Ad hoc explorandum, tubos diuersissimæ virtutis adhibuimus octo, qui omnes pro suo modulo eadem in Sole ostendebant, & si successu temporis vnus aliquid nobis, vel noui, vel mutati exhibuit; idem præstabant, & cæteri; præterea tuborum quilibet circumgyratus, hùc illùc commotus, maculas nequaquam secum loco mouit; quæ tamen accidere debebant, si id phænomenon tubus efficiebat. Vnde rectè pariter conclusimus, tubum hac in re omni culpa merito vacare. Supererat aer, cui quidam visa bæc attribui non potuerunt: primo quia phænomena ista motu diurno, quem Sol à primo mobili accipit, pariter cum Sole oriebantur, & occidebant; ae rem vero gyrari, aut aliquid in aere, tàm constanter, inauditum est, præcipue sub tantillo solis corpore, quod est grad. 0, minut. 30. plus minus. Secundo. Quia phænomena ista nullam admittebant parallaxim; quæ tamen fieri debebat manè, & vesperi si in aere cum Sole rotarentur. Tertio. Quia motu proprio, eoque constanti, vel sub Sole, vel cum Sole vertebantur, inque alio alioque Solis loco conspiciebantur, donec ab eodem penitus post multos dies disparebant, ab ortu (vt mihi videtur) in occasum, vel certè à Borea ex parte in Austrum: de quo tamen motu, certiora dabunt obseruationes diuturniores & exactiores. Quarto. Quia hæc phænomena inuariata aspeximus etiam per nubes; tenuiores tamen, infra Solem tumultuosè transcurrentes. Non igitur sunt in aere, vt taceam plures alias rationes. Necesse est ergo illa esse, vel in Sole, vel extra Solem in aliquo cælo. In Sole, corpore lucidissimo, statuere maculas, easque nigriores multò quam sint in Luna vnquam visæ, præter vnicam paruulam, mihi inconueniens semper est visum, & verò nec dum fit probabile: propterea quod si in Sole essent, Sol necessario conuerteretur, cum ipsæ mutentur, redirent ergo primæ visæ aliquando eodem ordine, & situ inter se, & ad Solem, at nunquam adhuc redierunt, cum tamen aliæ nouæ illis succedentes hemisphærium solare nobis conspicuum absoluerint, quod argumento est eas in Sole non inesse. Quin, nec veras maculas esse existimauerim, sed partes Solem nobis eclipsantes, & consequenter stellas, vel infra Solem vel circa: quorum vtrum verum sit, suo tempore vtique, Deo iuuante, patefaciam. Iam via munita est, qua scientiam euidentem acquiramus, vtrum Venus, & Mercurius aliquando supra an semper infra Solem ferantur, quod ostendent in coniunctione diametrali cum Sole, corporibus enim suis maculas in sole efficient, simulque nobis motus suos declarabunt. Et verò apertissima est ianua, qua ad Solis quantitatem intuendam liberrimè ingrediamur. Et plurima denique alia, quæ iam libens subticesco, innotescent: ista enim paucula nunc degustanda proponere placuit, quæ si sapuerint, de ipso nucleo operam dabimus vt propediem aliquid eruamus: dummodo solem splendescentem nubila nobis non inuideant; nam quo serenior micuerit, eo oculis nostris, vel ipso meridie aspectus accidit iucundior; eum enim haud secus quàm Lunam contemplamur.

De obseruationibus ipsis hæc monere habeo. Primo, non omnes esse exactissimas; sed eo modo, vt oculo videbatur manu in chartam traductas, sine certa & exquisita illarum mensuratione; quæ fieri non poterat, nunc ob cæli clementiam & inconstantiam, nunc ob temporis angustiam, nunc alia ob impedimenta. Secundo, maculas insigniores, & constanter apparentes, notatas litteris ijsdem. Tertio, Vbicumque dies aliquos transilij illis solem nubibus inuolutum aspici non potuisse. Quarto, Si quas adiunxi maculas sine litteris, illas vel constanter non esse animaduersas, propter aeris turbulentiam, vel, si constanter apparuerunt negligendas quodammodo visas aliarum comparatione propter exilitatem.

Sed & hæc notanda. Macularum ad solem proportionem ex delineatione non esse desumendam, maiores enim illas debito feci, vt essent magis conspicuæ, præsertim propter paruulas quasdam, quæ aliàs oculis ægrè subijci potuissent. E multis sæpè maculis paruis, vnam magnam conflari, vt proinde videatur vna longa, aut etiam triangula, sicut fit in maculis A. & C. quæ tamen per tubos multæ virtutis discernuntur, sicut ego feci in macula A. quæ conflatur ex tribus; at vero C. ex quinque, D. ex quatuor; quas proinde, vt & reliquas coniunctas, vnicis litteris consignaui. Maculas quæ easdem semper adiunctas retinent litteras, semper easdem esse, ita tamen apparuisse tum sicut pinguntur, quando pinguntur: quando aliquæ maculæ cum suis litteris non amplius appinguntur, illas tunc in sole apparere desijsse: quando vero aliæ cum alijs litteris consignantur, illas esse alias nouiter apparentes. Quando vero aliæ, nullis signatæ litteris, modo pinguntur, modo non pinguntur, illas aut occubuisse omnino, quando non signantur, aut certe (quod sæpe accidit) non apparuisse, propter cælum subcrassiusculum: tales enim, nisi sole nitidissimo, cæloque purgatissimo, conspiciendas se minimè præbent. Et quoniam memini, te aliquando quærere, quinam essent isti aqui larum pulli, qui solem recta auderent intueri; compendia etiam, quæ Mathematici qui proprijs in tanta causa oculis quam alienis credere malunt, tutò sequantur, expertus monstrabo. Primo, Sol matutinus, & vespertinus, vicinus horizonti, per quartam horæ partem, nudo tubo, bono tamen, apertus & serenus vtcumque impunè aspicitur. Secundo, Sol vbicumque opertus nebula, vel nube debitè perspicua, nudo tubo, saluis oculis videtur. Tertio, Sol vbicumque apertus, per tubum, præter conuexum, & concauum vitrum, vitro insuper vtrimque plano cæruleo, aut viridi debitè crasso munitum ea ex parte qua admouetur oculus, indemnes aduersus seruat oculos, vel in ipsa meridie: & hoc amplius si ad ipsum cæruleum vitrum non satis attemperatum, accesserit in aere tenuis, vel vapor, vel nubecula, solem veli instar subobumbrans. Quarto, Solis intuitus inchoandus à perimetro, & paulatim in medium est tendendum, ibique paulisper immorandum, lux enim circumstans vmbras non statim admittit. His nunc vtere, fruere, alia, Deo volente, sequentur. Vale. 12. die Nouembr. anno 1611.

Die Decembr. 11. qui fuit solis, incæpit secundum Ephemerides Magini, coniunctio Veneris cum Sole, hora noctis 11. quod suo loco examinabitur; & durauit, supposito Magini calculo, horis minimum 40. vnde fit, eam ante horam tertiam diei Martis sequentis nequaquam cessasse. Sic ergo ratiocinatus sum: Si Cœlum Veneris, vti communis hactenus Astronomorum schola docuit, est infra solem, sequitur in omni Veneris cum Sole coniunctione Venerem inter nos & Solem consistere, & cum hæc coniunctio fiat in 9. latitudinis gradu, necesse est, vt Venus nobis Solem aliqua sui portione obtegat, nobisque maculam multò maiorem (cum diameter eius sit 3. minimum) offerat, quam sit vlla uisarum, & insuper sub Sole in ortum, contra macularum motum transeat. Restabat, ut serenitas cœli obseruationem admitteret. Dies Lunæ nubilus me valde anxium habuit; dolebam enim mihi eripi tam paratam occasionem veri inquirendi, intra multos annos, nisi fallor, non redituram: sed Martis dies, totus serenus à primo mane vsque in seram vesperam, me rursus exhilarauit; nam pulchriorem neque vidi intra duos menses, neque pro temporis ratione optare potui. Itaque Solem limpidissime exorientem lætus salutaui, sedulò inspexi, non ego solus, sed & alij mecum quamplurimi, solisque cum Lucifero coniunctionem toto die celebrauimus. Quid expectas? Venerem sub Sole, quæ tamen secundum calculum erat sub Sole, nequaquam vidimus. Erubuit scilicet, & proripuit sese, ne suas intueremur nuptias. Quid hinc sequatur, non dico; ipsemet palpas: & si careremus omnibus alijs argumentis, hoc vno euinceretur, Solem à Venere ambiri: quod item à Mercurio fieri, nullus ambigo, neque id simili modo inuestigare omittam, quamprimum opportuna se obtulerit coniunctio. Nihil contra dici potest, nisi, vel nos negligenter obseruasse, quod profectò secus est; vel Magini calculum 7. Minutis, & horis quamplurimis à vero deuiasse, quod de tam insigni Mathematico absurdum cogitare, & nos suo tempore exquisitè indagabimus: vel Veneris Astrum vmbram, siue maculam nobis ideo non offerre, quod luce propria, non à Sole accepta, instar Lunæ, sit præditum: sed hic reclamabunt experientiæ, rationes, & communis omnium Mathematicorum veterum, recentium sententia. Superest ergo, si Venus cum Sole coniuncta fuit, aut eam à nobis videri debuisse, aut cum visa non sit in superiori emispherio Soli associatam incessisse. Vale 19. Decembris, anno 1611.

Mirum, quam successus audaciæ lenocinetur. Meministi quæ superioribus diebus timidè attigi; ea nunc certis, & compertis rationibus nixus, quas tui iudicij facio, planè affirmare non vereor, lubet enim corpus Solis à macularum iniuria omnino liberare, quod hoc argumento fieri posse persuasum habeo. Maculas accuratè obseruanti, constat eas, vt multum, non plus quindecim diebus sub Sole consumere. Posita ergo Diametro Solis visuali gr. 0.34. secundum communem, videbimus nos de circulo Solis maxima gr. 179.26. Iam si macula aliqua percurrit sub Sole gr. 179.26. spotio dierum quindecim, eadem in opposita Solis parte euoluet gradus eiusdem 180.34. diebus itidem quindecim, horis duabus scrupulis vigintiduobus. Ergo si in Sole inesse talem maculam ponamus, necesse est, vt, postquam in auersa Solis parte versari cæperit, revertatur post dies 15. horas 2. scrup. 22: At hactenus, vt inspicienti patet, duum ferè mensium curriculo, eodem situ & ordine nulla redijt: impossibile itaque est, vt vlla Soli insit. Vbi ergo?

Primo, Non in aere: quod sic demonstro. Si maculæ hæ versantur in aere, maiorem nanciscentur parallaxin quam Luna, vel apogæa vel perigæa; at maiorem non nanciscuntur; sequitur, in aere non esse. Maior est evidens. Minor experientia constat: nam macula in perimetro Solis pæne versans, qualis est, γ vel δ, toto die locum eundem insensibiliter mutatum occupat; quod impossibile esset si tantam paterentur parallaxin, quantam Luna, cum Lunæ parallaxis, etiam apogææ, sit ferè integri gradus. Necesse ergo esset, vt quævis macula Solem quotidie desereret, alio atque alio tempore, & sequenti tamen die sub eodem videretur; cui experientia contradicit; Non ergo sunt in aere.

Secundo. Non in cælo Lunari: quod sic demonstro. Primo ex parallaxi; priora enim, contra experientiam, acciderent. Secundo, ex motu Lunæ, & macularum: nam hæ vniformiter in occasum, Lunæ orbes omnes & singuli, siue per se, siue per accidens, feruntur in ortum quotidie, idque multo celerius Sole. Tertio, ex ipsa experientia: nàm aliàs hæ maculæ in opposita Cæli Lunaris parte noctu illustratæ viderentur, & lucerent; quod tamen non accidit.

Tertio. Non in cælo Mercurij, ob rationes easdem, quæ allatæ sunt de cælo Lunæ, in sua tamen proporti one.

Quarto. Non in cælo Veneris ob duas postremas, quas de Luna adduxi, rationes. Nàm parallaxis hic, cum fermè eadem sit quæ Solis, fortasse non admodum vrgeat. Restat vt in cælo Solis hæ uersentur umbræ: cumque in Solis eccentrico esse non possint, eo quod ipsius, & Solis motus idem sit, neque in duobus secundum quid eccentricis, aut in ullo alio, si quis alius Solis orbis esset, superest vt moueantur motibus proprijs, idque vel fixè, vel erraticè; quorum utrum sit, dicere nondum habeo. Hoc certum, v olui circa Solem, cuius rei argumenta tria conuincentia affero. Primum omnis macula seorsum spectata, circa Solis limbum, siue in ingressu, siue in exitu, gracilescit: phænomenon hoc defendi nequit, nisi per motum maculæ circa Solem, ergo. Secundum, duæ vel tres, aut plures maculæ circa limbum Solis videntur coire in unam magnam, in medio sese diducunt in plures: hoc defendi nequit, nisi per motum earum circa Solem. Ergo. Tertium medio celerius mouentur, quàm circa perimetrum Solis: hoc defendi nequit, nisi per mo tum circa Solem. Ergo. Taceo nunc multa alia argumenta, ob angustiam temporis.

Sed quid eæ tandem sunt? Non nubes: nam quis illic poneret nubes? & si essent, quantæ essent? quare eodem modo, & motu semper agerentur? quomodo tantas vmbras efficerent? Nubes ergo non sunt. Sed neque cometæ, propter easdem & alias causas, quas modo prætereo. Reliquum ergo vt sint vel partes alicuius cæli densiores, & sic erunt, secundum philosophos stellæ; aut sint corpora per se existentia, solida, & opaca, & hoc ipso erunt stellæ, non minus atque Luna, & Venus, quæ ex auersa à Sole parte nigræ apparent; & affirmauit nudius quartus N., ante duodecim, aut plures annos à se, & parente suo conspectam Venerem sub Sole, specie cuiusdam maculæ: maculas ergo has sydera esse Heliaca, probatur, & ex præmissis, & ex ijs, quæ sequuntur. Quia efficiunt vmbras valdè densas, & nigras, vnde credibile est Soli valde resistere, ergo probabile eas ab eodem multum illustrari. Quia in margine Solis gracilescunt, vti diximus; neque hoc phænomenon solo motu circulari defendi potest, ergo alia etiam ratio afferri debet; hæc autem est illuminatio, quæ partem opacam ad nos imminuit, & sic vmbram gracilem facit, quod sic demonstro.

Sit Sol A.B.C.D.E. cuius centrum A. perimeter B.C.D.E. centro sit descriptus circulus F.G.H.I.K. in quo feratur macula L. per G. in H. ex H. in K. quam Sol illustret radijs B.G.O.M. quando macula est in G. quando in H. radijs CN. DH. quando in I. radijs PQ. EI. oculus autem in terra R. positus, aspiciat maculam L. statutam in G. per radios RG. RM. in H. per radios RN. RH. in I. per radios RQ. RI. experientia autem constans docet, eandem maculam L. sub angulo minori conspici in G. & I. quam in H. Item etiam, gracilem, & oblongam in G. & I. rotundam in H. & hoc accidit ideo, quia macula L. versus Solem vehementer illustratur, & in G. atque I. posita, oculo magnam illustrationis suæ portionem offert; partem uero non illustratam obliquè obijcit, propter circulum FG. HIK. suæ lationis; in H. autem directè opponit sui portionem obscuram: vnde fit, vt minus de obscuro videatur, & minori sub angulo, quando macula est in G. atque I. quam in H. Item vt in G. & I. caeteris paribus gracilis, & oblonga, vti in figura uidere est, in H. uero rotunda. E quibus omnibus deducuntur ista corollaria:

1. Has maculas à Sole non multum recedere.

2. Eas satis magnas esse; aliàs Sol magnitudine sua illas irradiando penitus absorberet.

3. Valde opacas & profundas esse. eo quod tàm nigras efficiant vmbras, in tanta solis vicinia, tàm vehementer ex aduersa ad solem parte illustratæ, & in tanta distantia, videlicet ad nos vsque.

4. Si per splendorem Solis liceret partes illarum collustratas à non collustratis discernere, visuras nos plurimas circa solem lunulas, cornutas, gibbas, novas, & fortasse etiam plenas.

5. Eandem fortassis esse rationem, quo ad sui illustrationem, aliorum astrorum.

6. Consentaneum hinc etiam esse, Iouiales comites, quoad motum, & situm, haud disparis esse naturæ: vnde nos ferme pro certo tenemus, illos non tantum esse quatuor, sed plures, neque in vnico tantum circulo latos circa Iouem, sed pluribus. Quo dato, facilè respondeatur ad quasdam obiectiones, & multæ etiam circa illos in motibus diuersitates soluantur; apparent enim ij ad Iouem aliquando in Austrum, aliquando in Boream inclinati.

7. Neque omnino vereor suspicari simile quid circa Saturnum: quare enim modo oblonga specie, modo duabus stellis latera tegentibus comitatus, apparet? Sed hic adhuc me contineo.

Interim an sydera hæc erratica an fixa sint, hæreo; inclino tamen in errores, pro quibus argumenta non pauca, licet subobscura militant. Sed hæc suo tempore: quemadmodum, & de motu, de Figura, quantitate, recessu à sole, & reliquis affectionibus. Subit opinari à sole vsque ad Mercurium, & Venerem, in distantia, & proportione debita, versari errones qnamplurimos, è quibus nobis soli ij innotescant, qui solem motu suo incurrant: si fieri posset, de quo necdum penitus desperaui, vt stellas etiam soli propinquas contemplaremur, lis hæc tota decideretur. Vale. 26 die Decembris, Ann. 1611.

Tuus

Apelles latens post tabulam.

In omnibus disciplinis ingens via restat, & inueniendorum minima pars censeri debent inuenta: cuius rei

Sol quoque signa dabit: solem quis dicere falsum

audeat —————————————

Epistola secunda, de coniunctione Veneris cum Sole, inchoata, non perfecta est, & de die 13. concludit ex hypothesi coniunctionis primæ, factæ die Decembr. 11. Nam si probabilius doctissimus Maginus ponat eodem 11. die coniunctionem accidisse mediam, epistola in illum ipsum diem versa, plena est: & sic concludit in omni sententia, secundum Magini calculum.

Apelles.

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